Il lavoro: il primo marito

Fin da quand ero piccola mia madre mi ripete questa frase:”il lavoro è il primo marito”, come indicare che il lavoro non ti lascia mai (o quasi si potrebbe dire adesso), ma il marito, il compagno invece sì. Non sono sposata e dedico almeno metà della giornata a cercare lavoro da qualche anno a questa parte, all’inizio avevo  velleità di fare qualcosa attinente agli studi come ingegnere dell’ambiente, speravo di poter contribuire a “salvare la Terra”, poi nel tempo ho scoperto che non frega niente a nessuno dell’ambiente o quanto meno per le aziende è solo l’ennesima tassa da pagare per far rientrare le proprie emissioni nei limiti. Nel tempo ho scoperto anche che questa figura non è capita fino in fondo. Una volta andai a fare un controllo per la tiroide, il medico mi chiese cosa facessi, quando gli risposi rimase interdetto, “cioè???” mi chiese, allora gli spiegai tutte le possibilità o quanto meno quelle che mi erano state dette dalla guida dello studente come possibilità, ma più ne parlavo e più mi rendevo conto che “stavo tentando di vendere pentole senza essere neppure io sicura del prodotto offerto”. A un certo punto mi disse:”ok allora se tu vedi qualcuno che getta una carta per strada lo riprendi e se trovi spazzatura per terra la raccogli”, gli feci notare che quello non era il mio lavoro ma poteva benissimo rientrare nel comune senso civico, ecco pure il senso civico mi aveva tolto un’occupazione, ma quello che era più importante era che per il medico che stava facendo l’ecografia io ero una forma di hippy avanzata, un netturbino 2.0, una fanatica della raccolta differenziata, un terrorista del riciclo. Uscii dalla visita contenta che il mio nodulo non fosse aumentato di dimensione ma con l’amarezza di quello che avrei trovato qualche anno più tardi. Ogni giorno cerco per ore offerte, lo faccio da circa tre anni più assiduamente, non ho mai smesso durante gli studi e non ho smesso neppure per quel mese senza computer perché rubato, ma neppure i ladri hanno saputo trovarmi un lavoro. Ogni giorno mia madre mi telefona e mi fa sentire uno straccio perché non ho scelto di fare quello che lei voleva e cioè l’insegnante delle elementari, “tu volevi fare l’ingegnere ed ecco come ti ritrovi, non ti ha portato un euro quella laurea dopo tutti i sacrifici”, e lei ha maledettamente ragione solo che se me lo dico da sola lo accetto (o ci provo), come accetto di averci messo troppo a laurearmi, come accetto che avrei dovuto fare meglio, come accetto che ci sono persone più brave e più fortunate, come accetto che le cose non vanno come si vuole anche se ci si impegna tanto, come ho accettato tutti gli insulti durante il percorso di studi. Questa frase sul lavoro connesso al matrimonio mi ha sempre fatto sentire a disagio, “il primo marito” colui che ti sostiene e non ti lascia “nella buona e nella cattiva sorte”, mi madre ha sempre vissuto il suo matrimonio come una conquista, così una volta separata è stato drammatico vedere che il progetto sul quale aveva investito quasi tutto era rovinato, ma il primo marito non l’aveva lasciata. Ho sempre pensato di voler essere una donna indipendente e forte da grande e adesso che sono grande temo di non essere riuscita a diventare la donna che desideravo, non ancora almeno. Provo una profonda ammirazione per chi segue la propria strada e va avanti senza voltarsi senza ascoltare chi lo denigra o cerca di spezzarlo, provo una profonda ammirazione per chi si ricicla a fare altro e cerca altre strade perché per fortuna la storia non è ancora scritta e la si può scrivere come si vuole, provo profonda ammirazione per chi prova a fare le cose considerate meno convenzionali e se ne frega delle etichette che abbiamo bisogno di attaccare per definire qualcuno, così come ai colloqui vorrei poter rispondere con solo “voglio solo lavorare e fare del mio meglio”, vorrei poter rispondere alla domanda cosa fai nella vita con un “cerco di essere una brava persona”, ma alla gente là fuori come ai selezionatori con gli occhialini e lo sguardo stupidamente penetrante da “ha scritto il suo nome con la penna blu invece che nera… si capisce molto di lei da questo” non interessa, abbiamo bisogno di un’etichetta dove poter essere catalogati, come se solo la professione definisse una persona e chi non lavora entra di diritto nello scomparto del “poverino”. Ogni giorno mi sveglio con un profondo senso di colpa, penso alle poche persone che conosco che si alzano e vanno a lavorare, penso anche che sono fortunata perché c’è qualcuno che può aiutarmi ma la frustrazione e l’orgoglio ferito non si placano. Sto cercando di riciclarmi, riutilizzarmi e recuperarmi e sì se vedo una carta per terra la raccolgo. Deformazione professionale.

2000px-U+267A.svg

Annunci

3 thoughts on “Il lavoro: il primo marito

  1. Alle volte sei tu a trovare le risposte, altre volte le risposte trovano te.
    Quello che conta è continuare a farsi domande.
    Vale per tutto.
    Lavoro.
    Amore.
    Vita.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...