Confessioni

Esperimento a quattro mani, ringrazio Elena B. per aver provato a calarsi con me in questi due personaggi.

10/10/2010

Ti scrivo solo perché mi è stato fortemente consigliato, che è un obbligo, un’imposizione a metà. Ho iniziato la terapia, 1 volta a settimana, per ora solo una seduta. Mi aiuterà ad accettare, dicono, a superare…
Io non li capisco, non sono come le altre che sono in questo posto. Le vedi girare con lo sguardo stralunato, gli occhi fissi su un obiettivo che non esiste più.
Altre sono tranquille, accettano o hanno rimosso, come dice il dottore ma io non c’entro nulla. No, devo solo resistere… la verità verrà fuori.
Ieri è venuto l’avvocato, mi ha detto che ricorreremo in appello, che non è finita, ci sono cavilli, dice, che possono ridurmi la pena. Vuole che ricorra al rito abbreviato…
Assurdo essere catapultati improvvisamente in questo tipo di realtà. L’avvocato dice che resterò qui ancora dei mesi. Non è così male; i primi dieci giorni non sono stati così pesanti. Ho una cella ( a me piace chiamarla stanza) tutta mia e a parte le inferiate strette alle finestre e la porta blindata, non è neppure così piccola, dagli spazi tra le grate, appoggiando le guance al freddo metallo, l’occhio arriva lontano e vede una casa. Le luci sono sempre spente, solo l’altra sera mi è sembrato di udire l’abbaiare di un cane, chissà se proveniva da lì.
Tutti i giorni abbiamo due ore in cui possiamo essere libere di acceder al cortile. Ho visto una donna con i polsi fasciati che fumava, dicono abbia tentato più volte di togliersi la vita. “è arrivata alla decima seduta!!” è così che la chiamano qui. Dopo “capisci… sai… “. Almeno così mi ha detto Chiara: “La chiamano così solo perché già in due si sono suicidate dopo, ma considerando il numero delle “ospiti” è ben sotto la media… mi sa che conta poco la statistica qui dentro.”
La statistica… e chi ci pensava più?!! È dai tempi dell’università che non penso più a certe cose e mi piacevano tanto ma sai, dopo aver avuto Matteo, e il lavoro non avevo più il tempo per “campionare il mondo”.
Paolo non è ancora venuto a trovarmi. Hai sue notizie? Non lo vedo dall’udienza: lo sguardo fisso, la schiena dritta perfetta coem se fosse un filo a tenerla su, un filo appeso chissà dove lassù. Credi che verrà? E tu verrai?
Portami dei libri e le sigarette, ho un gran bisogno di distrarmi.

20/10/ 2010

Ho visto una donna in cortile, una nuova. L’hanno messa qui in attesa della sentenza. Chiara mi ha raccontato cose orribili su di lei; l’hanno trovata col coltello in mano, suo marito credo. Appena lo ha visto gli si è scaraventata contro ed ha tentato di metterglielo in mano per farsi uccidere. Certe cose fanno accapponare la pelle!!! Che c’entro io con queste persone?!!
Domani devo andare alla seconda seduta, è passato più tempo perché il dottore era impegnato, fuori città. Chiara dice che sarà stato a sedare la pazza del cortile. Ha lo sguardo dolce, anche adesso che me la ritrovo davanti con quella sua copertina stretta tra le mani, uno straccetto davvero ma lei lo stringe così forte che rimangono i segni delle unghie sul palmo delle mani. Hanno provato a togliergliela ma inizia a urlare, un urlo straziante, come se le stessero staccando un braccio o le stessero cavando gli occhi, un urlo tutto che viene da dentro, come ad esprimere un bisogno così interiore e primitivo che solo le urla possono esprimere. Come fanno i neonati col loro pianto, capisci? Nel suo sguardo non c’è paura nessuna paura, non c’è possibilità per questo genere di sentimento e questo mi stupisce e mi fa gelare il sangue. Come di chi ha affrontato la morte ed è tornato indietro e ora di che potrebbe avere paura?! Se perdi tuo figlio , cosa può farti ancora paura?!

25/10/2010

Ciao.
Non sono sicuro che scriverti a mia volta sia una buona idea. La mia testa è arruffata. È difficile sciogliere i molteplici nodi che la affollano, nell’estenuante tentativo di stendere i pensieri lisci e fluenti sul foglio bianco. Tu sei sempre stata più brava di me in queste cose. Questo paragrafo… è la quinta volta che lo ricomincio.
Sai, quando oggi sono venuto a farti visita, mi sono ricordato di quando eravamo piccoli, e tu litigavi con la mamma. In realtà ero io quello piccolo, un bimbetto gracile e svogliato che passava più tempo a lagnarsi che a giocare e a svagarsi con gli amici. Tu invece eri grande, ma per la mamma rimanevi sempre piccola e sfigata quanto me. E allora continuamente ti arrabbiavi. A tavola un giorno sì e uno no volavano parole pesanti e persino qualche piatto. Ricordo ancora il giorno che tu lanciasti gli spaghetti al pomodoro contro il muro. Lasciarono una larga strisciata rosso-arancio cha arrivava fino al pavimento, e che poi nessuno si prese più la briga di pulire e ripassare con una mano di vernice bianca. Dopo le urla e gli schiaffi tu correvi come un razzo su per le scale – rammento come fosse ieri lo scalpiccio infervorato delle tue ciabatte e lo sbattere violento della porta della mansarda, la tua camera. Poi ti sentivo piangere, dabbasso – i muri erano così sottili, si sentiva sempre tutto. Aspettavo una mezzoretta, giusto per lasciarti sfogare, poi salivo da te e bussavo alla porta. Tu sapevi che ero io. Subito dicevi: “Va’ via!”, ma poi mi venivi ad aprire. Sempre. Non mi hai mai lasciato fuori. Mi portavi sul letto con te, e continuavi a piangere un altro po’, tenendomi stretto. Ricordo ancora la sensazione della tua guancia umida contro la pelle.
Anche oggi sei scoppiata a piangere, in quella stanza asettica, dove per dieci minuti ci hanno lasciati soli. Soli ma costantemente osservati. Sai, avrei tanto voluto abbracciarti. Perché non l’ho fatto? Non lo so.
Non sopporto vederti rinchiusa lì dentro, in mezzo a tutti quei pazzi. Tu non sei pazza. Avrei solo voluto portati a casa con me. Ma dobbiamo avere fiducia nell’avvocato. Lui è uno competente, papà si fidava di lui. Vedrai che in appello riuscirà a fare qualcosa. Io non me ne intendo, di queste procedure giuridiche, ma sono certo che troverà un modo.
Appena sono rientrato ho litigato con Viola. Lei era lì, davanti allo specchio, a truccarsi e a farsi bella. A volte penso che sia questa la sua principale occupazione. Sara stamattina ha preso un brutto voto nel tema, e per questo Viola mi ha accusato di essere un padre troppo assente. Forse ha ragione, ma non è colpa mia se la mia testa vaga sempre altrove. Scusami anche tu, se sono venuto a trovarti la prima volta solo oggi. Non è perché non pensassi a te. Io ti penso tutti i giorni. È solo che non riesco a essere il bravo marito, il bravo padre e il bravo fratello che vorrei.
Ho scritto solo delle stupidaggini. Scusa. Probabilmente ti faranno stare solo peggio. Non ti scriverò più, se lo desideri. Non sono bravo in queste cose. Non sono bravo.

Un caro saluto,
Gabriele

P.S. Non ho ancora sentito Paolo. Proverò a telefonargli in questi giorni, te lo prometto.
P.P.S. Spero che ti piacciano i libri che ti ho portato. Io non leggo, lo sai, e allora ho preso alcuni romanzi di Viola.

4/11/2010

Ho aspettato a scriverti perché mi sentivo come muta dopo la tua visita. Sono stata in silenzio per giorni, solo il fragore del respiro a interrompere l’assenza di suono. E qui c’è davvero assenza di suoni, di suoni belli almeno, quelli di casa, come le posate quando toccano la ceramica del piatto mentre si arrotolano gli spaghetti sui rebbi di una forchetta, o i cucchiaini nelle tazze con il latte la mattina, o l’inzuppare dei biscotti, hai presente il suono di mezzo biscotto imbibito di latte che cade a terra e svelto il cane a leccare, o il suono dell’acqua che scorre nella doccia calda del mattino, le auto fuori in strada, le ruote del passeggino che strisciano sul marciapiede, il bidone della spazzatura che si apre col suo suono sordo e cupo, gli strilli dei bambini al nido, mi manca il suono del mio bambino quando succhiava dal mio seno, il suo chiedere attenzioni col pianto: mi manca la mia famiglia. È stato bello vederti e terribile, hai cercato di distrarmi di parlarmi di ciò che ti succede come hai cercato di fare lo stesso in questa lettera, sei sempre stato così dolce. Non riesco a pensare a giorni felici del passato qui, sento solo il peso dei giudizi di mamma e papà, che dice mamma? No anzi non voglio saperlo, e papà lui non può vedermi almeno. Lo so che direbbe mamma, “non sei brava neppure a fare la madre e a tenerti un marito, che è una cosa naturale!!” o forse sono troppo dura con lei. Paolo non è ancora venuto, sono passati parecchi giorni, “ha bisogno di tempo…” così dice il dottore, il tempo è qualcosa che ha una misura diversa qui dentro, non si misura in ore, secondi, ma in stati di agitazione, pianti, sedute. Di tempo ne ho pure troppo, l’ho sempre sostenuto pensare troppo fa male, non avere nulla da fare fa male, rimani solo con te stesso e non è detto che sia una piacevole compagnia. Dei libri ne ho iniziati alcuni, tutti insieme, per non restare sola mai, così esco da una storia ed entro subito in un’altra. Alcuni sono un po’ mielosi per i miei gusti ma va bene, quelli più noir e gialli, li leggerò più avanti non riesco a leggere alcune scene forti, mi viene un forte mal di stomaco e i conati arrivano forti, come se qualcosa volesse stritolarmi da dentro. Una nausea del genere l’avevo nei primi mesi incinta, e mi chiedevo come una cosa tanto bella come un bambino potesse farmi tanto male da costringermi a rimettere tutti i giorni, verso il quarto mese mi ero convinta che fosse il mio corpo a non volere bambini, il mio corpo si ribellava alla natura e tentava di punire le mie scelte. Poi le nausee si sono placate e alla fine è arrivato Matteo. I giorni vicini al parto ero così in ansia e spaventata, avevo paura di non farcela, che il mio corpo non ce l’avrebbe fatta, avevo paura del dolore. E poi ecco quell’esserino così fragile creato attraverso me. Non riesco a non piangere se penso a certe cose. Matteo mi manca, me l’hanno portato via ed io non mi perdonerò mai per averglielo permesso e Paolo questo non può capirlo. Scusami se ti ho parlato di queste cose, ma i giorni passano e vorrei tanto un abbraccio sincero. Me ne dispiaccio che tu non sia riuscito a farlo quando sei venuto ma capisco che non fosse così semplice per te.

A presto

 

 

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