Sembrava un giovane puledro

A volte per andare avanti bisogna tornare indietro, alle origini. A prima delle delusioni, a prima delle scelte sbagliate, a quando si poteva ancora scegliere e non si doveva solo accettare il risultato; il problema è non sbagliare la data del ritorno, altrimenti si rischia di ritrovarsi in un 1985 alternativo. Riccardo, di queste cose da grandi, ancora non sa nulla: lui è nato molti anni dopo Back to the Future, e sa solo che è dura essere figli di una madre senza lavoro fisso. Dura perché non può comprare tutto quello che vorrebbe, dura perché – anche se cerca di essere sostenuto e di non uscire mai dal personaggio dell’adolescente troppo incazzato perfino per incazzarsi, personaggio che spesso gli sta stretto – sente già che c’è dell’altro. Qualcosa che ancora non sa afferrare pienamente, ma altro. Quando vede sua madre tornare stanca, con le mani sgualcite e gli occhi pesanti e gonfi per le troppe notti trascorse sveglia a cucire, per troppe mattine passate a stirare e a passare lo straccio su pavimenti di altre case, in quei momenti in cui lei gli getta quello sguardo grave, Riccardo sente come una pesantezza che lo schiaccia e lo trattiene a terra. Sente una colpa per ciò che non può fare, sente una colpa per quel padre che li ha lasciati. Riccardo queste cose non le sa dire e non le può dire, non vuole dare altro dispiacere alla madre, se le tiene lì in un cofanetto immaginario dove agli uomini è concesso piangere, essere tristi, provare odio, rancore e rabbia. Tantissima rabbia.
La passione è una forma di amore che ha bisogno solo di essere sfogata. Certe passioni non hanno bisogno di nutrimento: ti prendono fin dentro le vene, diventano parte stessa del tuo essere. Certe passioni vengono trasmesse, magari dal padre, altre nascono spontaneamente, forse per un colore, o l’espressione di qualcuno. Riccardo, senza sapere né come né da dove, si è scoperto interista: non tifoso dell’Internazionale Milano, ma interista, che per quelli come lui, si sa, essere interisti «è un’altra cosa», un modo di essere, di pensare, di agire, di mangiare, bere: tutto passa attraverso una zona del cervello nerazzurra prima di arrivare alle altre parti. Riccardo è così interista che anche se ha solo quindici anni sa tutto della sua squadra. Ha fatto uno studio approfondito, conosce le rose del passato e ovviamente sa quando è nata la squadra: il 9 marzo del 1908, al ristorante L’Orologio di Milano, da un gruppo di dissidenti del Milan. La parola dissidente lo affascina, qualcuno che prende coscienza del suo essere nel posto sbagliato e decide di cambiare, di stravolgere le regole, perché non siamo tutti predestinati, perché si può essere e fare altro. Riccardo ama così tanto la sua squadra che ha convinto la madre a comprargli la maglia del capitano, quel capitano che ha visto solo una volta dal vivo a San Siro; era il suo compleanno, aveva risparmiato ogni soldo dato dalla madre, perfino le monete da un centesimo, si era affamato durante gli intervalli a scuola, non era uscito per mesi, ma finalmente aveva potuto permettersi un biglietto per lo stadio. Quella volta, la sua prima volta, era andato con Giulio e suo padre. Secondo Anello Arancio Distinti Centrali: una spesa immane per lui, ma non voleva essere da meno rispetto all’amico e voleva sedersi in un buon posto per poter ammirare tutte le azioni. Appena salite le scale e percorso il corridoio centrale, Riccardo si era ritrovato di fronte il campo. Tutto era così maestoso, le torri che dominavano agli angoli, gli altri settori quasi pieni e il vociare delle persone. Da lì si sentiva come posseduto, non poteva credere di essere così vicino al gioco. Dopo aver urlato fino a sgolarsi i nomi dei giocatori, aveva assistito con ansia e apprensione a ogni loro movimento; seguiva la palla come un cucciolo di cane segue un biscotto. Non poteva perdersi nulla, a ogni fallo fischiato sentiva gli umori dello stadio, i fischi, li percepiva dentro di sé. Non era così spavaldo come alcuni spettatori che si alzavano e iniziavano a urlare contro non si sa bene cosa, perché da quella distanza vedere o non vedere un fuorigioco era davvero impossibile. Si sentiva onesto, Riccardo, di quelli che «se il fallo c’è, è giusto che venga segnalato». Il capitano lo aveva ammaliato: correva e correva come in quella canzone di Guccini che piaceva alla madre: «sembrava un giovane puledro / che appena liberato il freno / mordesse la rotaia / con muscoli d’acciaio / con forza cieca di baleno». Era felice, così felice da pensare che avrebbe anche potuto morire lì, in quello stadio, in quel momento, come quel tifoso che l’anno prima era morto durante il derby e si era perso tutte quelle vittorie. Riccardo, da ragazzo nostalgico è convinto che le abbia viste lo stesso, con Facchetti, lassù.
La maglia della squadra è quella della stagione in corso, con le bande nerazzurre leggermente più strette rispetto alle precedenti; è stata una grossa spesa, ma la madre voleva accontentare il suo unico figlio. Riccardo la tiene in camera come una reliquia e la tira fuori solo quando può andare a casa del suo amico Giulio a vedere la partita. Giulio ha la tv a pagamento e così guarda tutte le partite dell’Inter. Il padre lavora in banca e la madre insegna all’università. I suoi genitori possono permettergli di avere tutto ciò che vuole, ma non per questo è uno stronzo arrogante come altri della sua classe: Giulio è suo amico e condivide con lui anche la passione per le moto, e il motorino. Quello a Riccardo è stato regalato dal cugino, ha ormai milioni di chilometri ed è bello frusto, ma per Riccardo è la sua moto, il suo bolide. Quando potrà permetterselo gli farà delle modifiche, per ora vuole solo sentirsi come i campioni della MotoGP. Ha messo un numero sulla carena, il 58, quello di un certo ragazzo romagnolo che fa tanta simpatia alla gente, e che non sembra neppure reale, da quanto è spontaneo e genuino. Un predestinato, pensa Riccardo; ha un modo di correre impulsivo, puro istinto, e questo a Riccardo piace; è più alto rispetto agli altri piloti e sulla moto è tutto rannicchiato, come un fantino sproporzionato per il suo cavallo, ma si sa, la storia regala anche coppie male assortite che fanno miracoli insieme: in America, negli anni ’30, un fantino troppo alto e un cavallo un po’ più basso della norma – un certo Seabiscuit – avevano vinto le principali gare di ippica, quindi non ci sarebbe da meravigliarsi se il ragazzo tutto ricci stabilisse nuovi record. Riccardo lo segue dal suo primo titolo conquistato nella classe 250 del 2008. «Cade troppo spesso» dicono i maligni. «Ha un modo di guidare troppo istintivo, così non le regge tutte le gare in 500» lo critica Giulio. A Riccardo piace proprio perché non molla mai, è sempre pronto a rialzarsi, perché non ha paura di andare oltre i propri limiti, è competitivo e vuole dimostrare che può essere il migliore. A Riccardo piacerebbe essere il migliore anche solo una volta: la vittoria la potrebbe ricordare per anni, la userebbe per incantare le ragazze: «io sono quello che…», e una volta conquistata quella giusta la potrebbe raccontare per anni a Natale e a Pasqua ai figli e ai nipoti. «Vi ho mai raccontato di quella volta in cui vostro nonno ha dimostrato di essere il migliore?» Ovviamente nella fantasia di Riccardo tutti amano quella storia, e quando la racconta arriva un silenzio carico di rispetto, ma lui che è sempre così scontroso, lui che è spesso silenzioso e assorto nei suoi pensieri, non si sente mai il migliore, colui che può emergere, quello predestinato a cambiare il mondo.
È la seconda stagione in MotoGP del ragazzo tutto ricci. Riccardo ha seguito ogni gara: il primo anno non gli avevano dato la moto ufficiale del team Honda ed era stato, diciamo, l’anno di prova. Non aveva fatto benissimo, ma non era stato neppure tra i peggiori. Il secondo anno finalmente gli avevano dato la moto ufficiale; per tutta la stagione ha avuto un percorso altalenante, passando da ritiri a buoni piazzamenti. I compagni si lamentano della guida pericolosa, perché cadendo spesso rischia di far cadere anche altri piloti. Il campione tutto ricci se ne infischia e va avanti, sa che arriverà la sua occasione per fare bene, per dimostrare che anche nella classe regina può essere tra i migliori: in Australia è arrivato secondo e ormai mancano solo due gare. Il 23 ottobre l’Inter gioca contro il Chievo. Riccardo spera che arrivi una vittoria, perché la stagione è iniziata male. «Siamo già al secondo allenatore in sole sette giornate di campionato!» dice a Giulio al telefono. Riccardo quel giorno non può andare a casa dell’amico a guardare la partita, ma c’è la gara delle moto in chiaro; Riccardo si siede sul divano e accende la tv. I piloti sono sulla griglia di partenza, il ragazzo con i ricci ha un asciugamano in testa e la fidanzata che gli tiene l’ombrello. Riccardo è solo in casa, si alza per prendere una bibita dal frigo; quando torna al televisore è appena finito il primo giro e da poco iniziato il secondo, ma ecco che, a una curva del circuito, si vede una moto che percorre trasversalmente la carreggiata. La moto ha il numero 58: il pilota che sta cadendo non la vuole lasciare, non vuole arrendersi, non vuole ritirarsi solo perché è caduto di nuovo, è convinto di farcela a rialzarla. Ma poi arrivano le altre due moto che gli stavano dietro. C’è uno scontro, inevitabile. Le due moto investono il pilota, che perde il casco e giace da un lato della carreggiata, immobile, i ricci sull’erba, la voce preoccupata del commentatore. Sono istanti lunghissimi anche per Riccardo, che trattiene il fiato e pensa: “No, dai, adesso si rialza…” Riccardo immagina la scena che vorrebbe vedere: il ragazzo che alza il braccio per salutare e tranquillizzare il pubblico e gli spettatori a casa, che porta la mano alla testa come per sottolineare la forte botta appena subita; la telecamera che inquadra l’espressione di fastidio per aver perso l’occasione di finire la gara, il padre che lo raggiunge in pochi minuti, si sincera della sua condizione, lo abbraccia cercando di placare anche l’orgoglio ferito.
Invece i secondi passano: Riccardo non respira, è immobile, impietrito. Il ragazzo tutto ricci non si alza, è fermo immobile anche lui. I paramedici gli mettono un respiratore e lo portano alla postazione di soccorso, Riccardo è ancora paralizzato, non può pensare ad altro che a quella scena, la caduta e la moto dell’amico che gli sale sopra; pensa che il destino, il fato, Dio, sono grandi sceneggiatori di tragedie. Avrebbe potuto passare chiunque, ma proprio l’amico no, è troppo! Questo pensiero lo scuote: finalmente spegne la tv e meccanicamente si dirige verso il garage, sale sul motorino, lo accende e per qualche secondo assapora il suono del motore. Quel fragore del 50 cc lo riempie tutto. Sente l’odore della benzina e sa che deve andare: immagina l’asfalto, l’odore delle gomme calde, vorrebbe essere veloce come il suo mito, veloce come il suo capitano… pensa al suo capitano, a come corre, che in quelle gambe lì ci deve essere per forza sotto un gran motore! Vorrebbe che non esistesse nessuno, per un solo istante non ci fosse nessuno: solo una strada su cui correre, su cui andare, andare finché c’è respiro, finché può essere il migliore. Sale per i colli, il motore del suo bolide fa fatica; arrivato vicino a un grande prato verde accosta, spegne il motore e inizia a correre giù per la collina, finché stanco non si lascia cadere sul prato, i capelli nell’erba. Ha ancora il casco in mano, lo appoggia accanto a sé e inizia a piangere; piange per quel padre che lo ha abbandonato e che non gli ha insegnato nulla, piange per tutta la rabbia che prova, piange perché vorrebbe fare di più per aiutare la madre, piange perché non è giusto che si possa morire così. Le lacrime calde gli rigano il viso. Riccardo non riesce a smettere e si sorprende di quanto vorrebbe unire al pianto le urla. Ci prova perfino, a urlare, ma non esce che un rantolo strozzato. A un certo punto si sente chiamare: «Ehi, stai bene?» È una ragazza dai capelli biondi, lunghi. Si sta avvicinando. Riccardo sa che non può farsi vedere così. Si asciuga il viso con la manica della giacca: sa che non è abbastanza, racconterà alla ragazza che ha un’allergia, per questo ha gli occhi rossi, e infastidito cercherà di scacciarla. La ragazza è ormai vicina e gli ripete: «Stai bene?» senza aspettare una risposta aggiunge: «È tuo quel motorino?», Riccardo risponde solo con un «Sì». «Sei caduto?» «No, mi stavo riposando…» La ragazza lo fissa, fa una piccola smorfia. «Vuoi un passaggio per tornare a casa?» «Non ne ho bisogno. Ho il motorino», risponde lui seccato. «Ok, come vuoi» dice lei. Fanno la strada insieme risalendo la collina; arrivati al motorino la ragazza lo saluta e gli chiede che strada deve fare per tornare a casa. Riccardo glielo dice e lei lo incalza: «Che caso, anch’io! Allora ti seguo in macchina per un pezzo…» Passano alcuni istanti, la ragazza inizia a fissare il motorino e poi gli chiede: «Sei interista?» «Sì, perché?» «Ho visto l’adesivo sul tuo motorino…» «Lo sei anche tu?» «Sì, cioè no, cioè avevo un ragazzo stratifoso dell’Inter, mi ha costretto a vedere tutte le partite, imparare i nomi dei giocatori, seguire campionato, Champions League e coppa Italia, diciamo che io amavo lui e lui amava l’Inter, così adesso…» Sembra che stia cercando qualcuno con cui parlare, sembra che anche lei abbia una tristezza che non riesce a esprimere fino in fondo. Riccardo è stanco di questa conversazione, la ragazza sembra cercare confidenza, ma lui è infastidito da questo eccesso di interesse. Sale sul motorino, e prima di mettere il casco le chiede: «Hai detto era, non state più insieme?» La ragazza abbassa lo sguardo, si morde il labbro inferiore, fa un mezzo sorriso e poi risponde: «Oltre che interista era uno stronzo… no, non stiamo più insieme». Riccardo sente che non può trattenere una mezza risata. Sa che non dovrebbe ridere di fronte a un cuore infranto, ma gli viene spontaneo. Dopo tutto quel pianto, ne ha proprio bisogno. La ragazza se ne accorge: «E quel che è peggio è che ormai seguo tutte le partite…»
I due si guardano e iniziano a ridere all’unisono. Non ha senso ma ridono tanto, e in quel riso amaro c’è il desiderio di rimettersi in piedi, di rialzarsi dalla caduta. Se qualcuno dovesse passare in quel momento non potrebbe non notare quei due che sghignazzano come matti. Riccardo nota che la ragazza ha gli occhi lucidi e sta cercando di nasconderlo. Per non metterla ulteriormente in imbarazzo accende il motore, mette il casco e la saluta. Percorre la strada verso la città; dietro di lui, l’auto della ragazza che lo segue. Anche se non lo ammetterà mai a se stesso e non lo racconterà a nessuno, è contento che qualcuno lo stia seguendo per sincerarsi che torni a casa, così addirittura rallenta in certi tratti per poterla avere dietro, a vista nello specchietto. Certo, non è questa la storia che immaginava come il suo aneddoto delle feste, ma questo suo piccolo segreto se lo tiene stretto per anni. Finché un giorno, per spiegare la gentilezza a suo figlio, gli racconta questa storia: ormai è un adulto, e il ricordo di quella ragazza più grande che una volta lo ha seguito è diventata la sua storia da raccontare.

Racconto presente nell’antologia Cadute edizioni Fernandel

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