Servirebbe?

Da ragazzina passavo il primo maggio a guardare il concerto in tv, seguivo tutta la scaletta e  aspettavo che suonassero i miei gruppi preferiti se erano presenti a quell’edizione. La folla enorme che riempiva le piazze mi spaventava, pensavo all’emozione di essere su quel palco, a quanta energia fosse necessaria per arrivare a tutte quelle persone, pensavo a come  una buona scaletta dei pezzi fosse indispensabile per cercare di far divertire il pubblico, pensavo che alcuni gruppi si adattavano meglio a certi palchi ed altri invece seppur bravi, il loro essere troppo introspettivi o troppo concentrati sull’esecuzione li faceva apparire distanti. “Ai concertoni” pensavo “ci devono andare gruppi che sanno coinvolgere e scaldar il pubblico, i cantautori più intimisti e i virtuosismi delle chitarre non sono adatti”. Allora la mia vita era tutta lì, il mio personale giudizio sul valore del primo maggio ruotava attorno a un concerto.

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Oggi non ho guardato neppure un secondo del concerto ma non per i gruppi ma per tutto quello che ci ruota intorno, le statistiche sul lavoro, i messaggi buonisti, le lamentele, gli inevitabili sospiri e le promesse ogni anno più stanche e patetiche.  Non ho voluto guardare i giornali, leggere le statistiche, che ben conosco e mal comprendo ( i numeri a quanto pare hanno più di un valore nominale).

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Ho fatto un colloquio venerdì scorso e fin qui tutto bene, non mi chiamavano da un po’ e mi ha sorpresa e agitata l’idea di potermi presentare. Quando si è fuori forma e ci si sente sempre più al margine ho pensato di non essere adatta più neppure a sostenerli i colloqui, che tutte quelle cose che dicono sullo stare dritti guardare l’interlocutore negli occhi stringere la mano con forza, dimostrare interesse per il settore, per la realtà, mai incertezza, dinamismo, flessibilità, proattività, tutte quelle cose lì le ho lette e rilette e ho sempre concluso che in 10 15 o 30 minuti non puoi capire niente di una persona, ma anche stavolta ho provato a fare le cose come dicono che si debbano fare. Pensando che il posto fosse vicino alla stazione dei treni come indicato dalla piantina online che introduce gli uffici, i capannoni, gli store presenti, ho preso il treno. Avevo mal di schiena, di quelli che prende la gamba e ti fa stare un po’ storta quando ti siedi e poi ti rialzi. Sono settimane che ho mal di schiena ma quel giorno non potevo non andare, non mi chiamano spesso e non mi lascio sfuggire un colloquio per qualsiasi contratto. Arrivata alla stazione capisco presto che la piantina sul sito non ha indicato i lavori che deviano la stradina della stazione FS verso il complesso. Così in preda al panico di arrivar in ritardo, mi attacco alla geolocalizzazione e guardo la strada, il responso: sono quasi 4 km a piedi. Che faccio?! torno indietro col mal di schiena che poi lo sai sei grande questi vogliono qualcuno che possono infilare con quei contratti a cazzo che permette adesso il governo, per la tua età non ci sono agevolazioni sei fuori lo dice anche il presidente dell’INPS, quelli nati negli anni ’80 una “generazione perduta”, ma io no, io non vado a casa, ho preso il treno prima, ho un’ora, sono un ingegnere ambientale la mia impronta ecologica oggi sarà bassa e se anche sono l’unica sfigata che cammina lungo una strada provinciale  con le auto curiose e i camion sbigottiti, io ci vado cazzo.  Poi arriva il pensiero dominante: sì sei un’idiota potevi prendere la macchina, potevi chiederla a l tuo ragazzo ma hai pensato al traffico al casino per uscire dalla città che questo posto in fondo è in culo al mondo, hai pensato che fosse più semplice  più comodo e adesso la paghi.  Cammino nonostante l’imbarazzo, so che arriverò distrutta con la schiena a pezzi verso un colloquio inutile ma ci vado perché non voglio che si dica che le persone come me vogliono la pappa pronta che tutti i ben pensanti del cazzo , mi dicano che se lo vuoi il lavoro lo trovi ma sei tu che… la schiena mi fa male, il tratto vicino al campo è breve, sembra la strada per andare verso un’altra stazione quella che dal mio paesino portava verso un altro paese della provincia con stazione e da lì si andava a Bologna a sognare di fare l’alternativa, la musicista, o solo di essere qualcuno. I camion mi passano vicino entrano dentro il complesso trasportando merci e chissà altro, poi ci sono i curiosi quelli che l’auto ce l’hanno attaccata al sedere e due passi non li fanno mai, che in città ci vengono la domenica pomeriggio e fissano tutti perché certe cose a casa loro non si vedono. Avranno avuto una bella storia da raccontare anche loro quella sera a cena:  una donna che cammina tutta impettita sul ciglio della strada, leggermente curva, con le ballerine sporche di terra per non stare in mezzo alla careggiata. Mentre cammino penso: fanculo l’ingegneria e fanculo l’ambiente che tanto non se lo fila nessuno, penso che vorrei una cazzo di auto per nascondermici dentro, per essere come gli altri e non sentirmi sfigata, per alleviare la schiena, che 4 km in fondo non sono tanti sono abituata a farne molti di più ma è la situazione che proprio non ci sta.

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Nel complesso ci sono solo capannoni, e non c’è nessuno,  non si vede una sola persona, c’è silenzio e seppure sia un’area industriale non si si sente neppure il frastuono di macchinari e mezzi in movimento, solo il rumore dei clacson della tangenziale non troppo lontana. Tra i capannoni trovo quello dove devo andare io: un vecchio edificio anni ’70 grigio e triste, un misto tra un carcere e un ospedale, formato da un corridoio che si sviluppa su dei piani, con ai fianchi vari uffici e negozi dove si compra con partita iva,  ci sono dei bar, ma anche qui le persone sono silenziose, c’è un parrucchiere ma nessuno ride e scherza. é terribilmente piatto e lineare. Ma sono arrivata e in orario e anche se ho la schiena ormai contorta, non importa devo essere sicura dinamica (dinamica?????) flessibile (flessibile????). Indosso la maschera di “va tutto bene e tra le varie e infinite possibilità sto valutando anche la vostra perché sono una persona impegnata e amo sperimentare nuove realtà”, quanto mi piacerebbe una sola volta poter dire voi mi offrite un’opportunità ed io cercherò di sfruttarla il più possibile, voglio solo fare esperienza, fare, lavorare, dimostrare, ma guai a dire una cosa del genere, che perfino quando ti sei proposta per lavorare gratis per vari studi non ti hanno chiamato, nessuno vuole sentire la puzza di sfigato, bisogna sapersi vendere e tu in questo difetti un po’. Suono il campanello esterno, mi apre un ragazza giovane vestita casual che guarda i miei pantaloni e mi fa sedere, ho messo questi stessi pantaloni per la laurea, pessimo errore, non li rimetterò mai più. “L’ingegnere viene subito”, mi dice. Finora ho fatto colloqui con due tipi di ingegneri, quelli che devi essere molto veloce e pratico da subito e se una cosa non la sai fare subito puoi levarti di torno e questa specie la posso anche capire, cercano di tirare fuori in 10 minuti le tue abilità fregandosene dell’agitazione, dell’ansia da prestazione e il resto e se quel giorno sei disgraziatamente più lento di altri sei fuori, il secondo tipo è di quelli che sa già che non ti prenderà ma ti prende per il culo facendoti mille domande per poi confutartele contro, perché ha scelto l’ingegneria? perché ha scritto questo sul cv? per lei cosa significa essere capaci? in quanti milioni di modi si può rispondere e quale è davvero la risposta giusta? questo ingegnere è diverso, è una donna poco più grande di me, mi fa accomodare in un ufficio mi spiega il contratto di tirocinio, gratis i primi mesi, poi una piccola somma mensile e poi partita iva, mi spiega cosa fa lo studio, mi chiede di descrivere le mie esperienze, le parlo brevemente di cosa ho fatto cercando di stare composta, guardano negli occhi, con voce sicura e ferma, lei esordisce “è un ingegnere chimico allora”, io le dico gentilmente che sono ambientale e ho svolto alcuni tirocini in ambito più chimico, se proprio vogliamo ridurre tutto il mondo in macro categorie, lei mi fa ripetere le cose che ho fatto e ribadisce “Chimico”. non controbatto, servirebbe?! capisco che la mail con oggetto”superamento prima selezione cv”  significa che non hanno mai letto il mio cv, mi chiede se ho domande, faccio due domande sullo studio pensando a quello che ho letto di loro e mi informo un po’ su come si svolgerà più a livello pratico la cosa. Dopo 10 minuti abbiamo finito, mi alzo dalla sedia e cerco di nascondere la smorfia di dolore per la schiena, mi dice accompagnandomi alla porta che se mi prenderanno mi faranno sapere la settimana successiva, nessuna comunicazione uguale “non hai vinto grazie per aver partecipato”. Esco e lo so, non mi chiameranno, lo sento è istinto, un sesto senso reale non dettato dal pessimismo, ho avvertito qualcosa in questa donna nella sua comunicazione non verbale che mi ha già dato il responso.  Percorro il lungo corridoio del finto ospedale, in fondo c’è il bagno, mi sciacquo la faccia metto uno di quei cerotti che fanno calore sulla schiena che avevo conservato in borsa fino quel momento. Ho 4 km a piedi e altro disagio prima di tornare a casa, percorro la strada a testa bassa, stavolta i camion non li vedo neppure, lo sconforto si è impadronito di me. Se potessi piangerei ma non lo faccio perché non servirebbe, vorrei potermela prende con qualcuno, dire che sì avrei potuto fare meglio, laurearmi prima, essere più brava, vorrei potermi lamentare dei raccomandati, dei segnalati, dei colloqui, delle offerte scarse, di quanto sembra che bisogna essere super per fare poi lavori del cazzo, vorrei potermi permettere di incazzarmi ma non serve a nulla, proprio a niente, posso solo stare con i miei errori con le mie ansie e cercare solo di perdonarmi per non essere abbastanza ma per me, solo per me. Niente musica oggi, nessun concerto, solo un terribile silenzio.

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14 pensieri riguardo “Servirebbe?

  1. Oddio che realtà triste….e quante volte l’ho vissuta anche io! Mi sembrava di ripercorre i mila e mila colloqui che ho fatto in 20 anni e tutte le delusioni, risate,i perculo erano racchiuse in questo scritto….mamma che tristezza e ansia! Solo chi l’ha vissuta può capire tutto il tuo racconto! Sembravo io! Anche a me, come a te, durante l’arrivo ai mitici colloqui me ne sono successe di ogni. Ora ripensandoci rido molto ma, quando penso che la stessa cosa la dovranno passare anche i miei figli, beh…ci credi che mi viene da piangere? Ciaooooooooooo

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  2. la scrittura di questo brano è ottima, tiene avvinto il lettore e fa trapelare emozioni e stati d’animo.
    quanto al contenuto lo trovo esemplare delle attuali difficoltà d’impiego che a leggerle sui giornali sono una cosa distante, asettica, qui invece tocco il sudore, l’ansia, la caparbietà.
    ml
    (non so come andrà a finire il colloquio ma posso dire che sei stata in gamba? e dittelo anche tu, che è vero)

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  3. Veramente hai scritto un post coi fiocchi senza cadere in banalità e altro. Mentre ti leggevo, immaginavo la scena. Mal di schiene – so cosa vuol dire – la camminata di 4 km col traffico che sfreccia accanto. Il senso di frustrazione durante il colloquio e nel ritorno.
    Mi domando ma quelli che cercano? Lavorare gratis per diversi mesi. Poi quattro soldi al per altrettanti e forse alla fine qualcosa in più. Non credo che ci sia la fila di questuanti di un posto davanti alla porta. E poi fanno anche gli schizzati. Boh! Spero proprio che ti chiamino.

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  4. Alla domanda per: “lei cosa significa essere capaci?”, dovevi rispondere: “capire chi hai di fronte con una sola domanda”. Il lavoro non lo avresti preso di sicuro, ma ti saresti tolta una soddisfazione. Hai prvato a inviare il CV sui siti di enti pubblici tipo Metropolitana Milanese o Anas? Ultimamente si vedono un sacco di ingegneri ambientali in giro.

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  5. sembra il racconto di uno dei tanti giorni che ho passato [e che passo tuttora] anch’io, maldischiena compreso..
    quel disagio diffuso dopo tanti anni ancora non mi ha abbandonata.
    hai tutta la mia stima e la mia comprensione anche se serve a poco..
    [post a parte, mi piace molto come e cosa scrivi!]
    eda.

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