“Il bar” seconda parte

Non ammetteva mai a se stessa di avere bisogno di qualcuno, detestava la sola idea, ogni suo gesto e parola dovevano dichiarare la sua indipendenza, soprattutto dagli uomini, soprattutto da quando era rimasta sola. Lei fece per alzarsi e lui vedendola leggermente barcollare le si accostò accanto, nel sorreggerla le mise una mano sotto il braccio, il suo intento era di tenerla sollevata da sotto le ascelle ma la mano gli finì poco più in là, con i polpastrelli poteva sentire la consistenza morbida del seno che sostituiva il duro delle costole.

Lei aveva un buon profumo, l’odore della sua pelle gli piaceva, l’aveva notata da subito, mentre caricando la macchina del caffè aveva visto questa ragazza, attraversare la piazza. La fece sedere su un divanetto e le portò una sedia perché potesse appoggiare le gambe. “Deve essere stato il caldo”, disse lei. Lui annuì e le guardò le gambe, poi il suo sguardo salì fino al seno e lì vide spuntare i capezzoli di lei che, turgidi, chiedevano di essere scoperti dal vestito. Lui le disse di restare lì a riprendersi e che le avrebbe portato l’acqua, un succo e qualcosa di salato per farle salire la pressione. Solo quando fece per andarsene, lei notò che lui le fissava i capezzoli, d’istinto intrecciò le braccia per coprirli, ciò che la mattina non le aveva dato noia ora era lì a imporsi alla vista di uno sconosciuto come un richiamo del suo corpo desideroso di ricevere attenzioni. Notò che aveva i capelli corti ma abbastanza lunghi da poterci infilare le mani dentro per tirarli durante l’amplesso, e poi un altro pensiero ancora più volgare: la testa di lui fra le sue gambe. Desiderava ardentemente averla lì che la annusava, che la baciava, che la leccava, così quando lo vide tornare con un vassoio non poté fare a meno di fissargli le labbra e poi ritirare un mezzo sorriso. Stava decisamente meglio, ma ciò che la sorprendeva era il suo corpo che le chiedeva senza mezzi termini di farsi scopare dal quel tizio sconosciuto.

Rimase in quel bar ancora un’ora, voleva vedere se lui l’avrebbe guardata ancora in quel modo, voleva dargli una possibilità, ma finito il succo e le patatine, decise di andarsene, era troppo indaffarato con i clienti del sabato sera e lei in fondo aveva solo intravisto uno sguardo, poteva essersi sbagliata e aver immaginato tutto sommersa dal caldo. Mentre stava per uscire lui la raggiunse e le chiese se si sentiva davvero bene e che se avesse aspettato ancora avrebbe finito il suo turno e l’avrebbe accompagnata a casa, lei si stupì da questo eccesso di interesse, finché era stato lontano e poco disponibile le era apparso eccitante adesso che le si metteva a disposizione così aveva decisamente perso la sua carica erotica. Gli disse che non importava, che stava bene, lui insistette e le disse di tornare il giorno dopo così si sarebbe sincerato della sua condizione e avrebbe potuto parlarle. Lei gli sorrise e andò via. Quella sera con le amiche, nel solito ritrovo, con le solite parole, la sua mente vagava verso quel bar e lui. Ne rivide gli occhi affamati, che le chiedevano di restare, nessuno la guardava così con tanto sfacciato desiderio da tempo, ne era certa per lui in quel momento era solo un pezzo di carne per un animale affamato, un buco pronto a soddisfare le sue voglie, non c’era altro nel suo sguardo, non voleva parlarle ne era certa. E adesso toccava a lei decidere? tornare là e darsi senza controllo allo sconosciuto o reprimere il tutto e catalogarlo nella sezione cose da non fare della mia vita?! Il giorno dopo si svegliò terribilmente eccitata, voleva vederlo, voleva fare del sesso, senza troppe parole senza alcun fastidioso preambolo. La sola idea di uscire a cena con qualche tizio, stare a sentire le sue storie e le solite domande: come va? cosa fai? cosa ti piace cosa no? cosa vorresti fare se? la disgustava, non si sentiva pronta a mettersi così di nuovo in piazza emotivamente, ma il suo corpo era pronto a mettersi nudo davanti a un uomo. Sentiva la fame anche lei e stavolta decise di essere accondiscendente e lasciarsi andare senza parole, senza retro pensieri così dannatamente femminili e così dannatamente suoi. Scelse la biancheria da indossare con cura, nulla di troppo semplice, prese il completo di raso e pizzo verde, le esaltava il seno senza esagerare, lo scorrere sinuoso del raso sotto le sue dita accentuava il brivido nel suo sguardo e il caldo, quel caldo così forte stordiva solo la parte razionale della sua testa, il resto ne veniva esaltato.

Mise un abito prendisole che lasciava completamente scoperte le spalle, il solo punto di attacco erano i laccetti che si stringevano dietro il collo, legò i capelli e lasciò che qualche ciocca le cadesse sul volto. Era intenzionata a farlo, aveva deciso ormai e sarebbe andata fino in fondo. Uscì e si diresse verso quel bar senza far troppo caso agli sguardi che gli uomini, lungo il tragitto, le lanciavano. Dopo il secondo “ciao” di uno sconosciuto, si chiese se anche gli essere umani come i cani sentissero quando la femmina fosse in calore, fosse pronta a farsi prendere senza mettere ostacoli. Il mondo umano era troppo complicato, troppe parole, troppe frasi a metà da interpretare, troppi sguardi vaghi, per questo lui la eccitava, le aveva trasmesso chiaramente che la desiderava così senza sapere il suo nome la sua età o quale fosse il suo colore preferito.

La serranda era a metà abbassata, lei si chinò per entrare e si diresse verso il bancone: “c’è qualcuno?” chiese piano. Da dietro una porta che nascondeva scope e un congelatore uscì lui. La sua mente lo aveva abbellito di più di quanto non fosse ma in quel momento era tardi per tornare indietro. “siete chiusi?” chiese lei.

“quasi, in effetti stavo per chiudere”.

“sono arrivata tardi allora…”

“no no, tranquilla. ti offro da bere”.

Le cose si mettevano male, forse la storia che si era costruita era tutto frutto di sue fantasie, mentre ingeriva l’alcol si sentì stupida. Lui non aveva mai smesso di fissarla dall’altra parte del bancone. Così senza che lei se lo aspettasse iniziò ad accarezzarle il braccio destro con il suo indice.

“Hai la pelle molto liscia”, disse e poi le prese la mano, le aprì il polso e lo baciò. Improvvisamente non sentì nulla del traffico fuori, dei pensieri nella sua testa. In silenzio le si accostò, girò lo sgabello dove era seduta, verso di lui. Le baciò il collo la fronte e l’angolo destro delle labbra, lei immobile lo lasciava fare, e così lui continuava indugiando sul nastro di stoffa che tratteneva il vestito; le baciò prima la scapola destra e lei si meravigliò di come una superficie tanto dura potesse regalare tanto piacere. Respirava lentamente e fissava un punto nel vuoto, la serranda mezza abbassata lasciava entrare quel che restava della luce del giorno, fuori il caldo. Prima di slacciarle il prendisole le mise una mano sul seno e lo strinse forte, sentì quasi male, ma un dolore piacevole. Una volta caduta la stoffa i suoi seni erano lì dentro il reggiseno che fremevano, ma stavolta non glielo tolse, abbassò solo le coppe e ne succhiò i capezzoli. A quel punto emise un leggero gemito, e lui quasi rinforzato nel suo fare da quel suono le mordicchiò i capezzoli e poi scese sotto la gonna del vestito e infilò la testa proprio là dove lei aveva desiderato il giorno prima, poteva sentirne la lingua delicata sul raso delle mutandine, le labbra che si apprestavano a baciare e mordere. Abbassò la testa e vide i capelli di lui schiacciati contro la sua gonna, d’istinto mise una mano su quella testa e lui scostò il tessuto delle mutandine, iniziò dall’alto succhiando e leccando il clitoride e poi le baciò le labbra e infine iniziò a penetrarla con la lingua. Sentiva la saliva calda sentiva che piano piano si confondeva con gli umori del suo corpo, lui leccava e lei ansimava, si sentiva sopraffatta da tutta quell’eccitazione, si tenne al bancone con una mano e con l’altra allo sgabello più dietro il suo. Le sue gambe aperte al piacere e a quell’uomo, non le importava nulla voleva solo non deludere se stessa e il suo corpo. Dopo un po’ lui ritrasse la testa e lei lo vide: il suo uomo sporco di saliva e liquido vaginale. Si alzò e la fissò stava per baciarla ma lei gli mise la mano sulla bocca e contemporaneamente prese una delle sue e iniziò a mordicchiare e succhiare l’indice. Lui la fissava con uno sguardo indifeso, lei sapeva che doveva mantenere il suo sguardo su di sé, anche più in basso e sapeva che i suoi occhi avrebbero dovuto avere l’innocenza, perché a tutti gli uomini con cui era stata piaceva terribilmente vederla così innocente alle prese con il loro pene in bocca. Una volta finito di succhiargli il dito gli slacciò i jeans e infilò una mano nei boxer di lui, voleva sentirla l’eccitazione che lei gli aveva provocato voleva tenerla stretta in mano. Non lo tirò fuori, si abbassò e si inginocchiò davanti a lui, gli baciò prima l’inizio dei peli pubici poi gli calò i pantaloni fino alle ginocchia, e iniziò a baciargli l’interno delle sue cosce, arrivava sempre molto vicino ma non lo sfiorava mai, voleva farlo impazzire nella lentezza. Alla fine si decise e gli abbassò anche i boxer, ed eccola lì davanti ai suoi occhi la sua virilità piena di vigore. Le era sempre piaciuto pensare che mentre lo succhiava aveva il totale controllo di un uomo e che in fondo avevano ragione a chiamarlo lavoro: attenzione ai denti, attenzione ai graffi, attenzione al ritmo. Lei leccava dal basso verso l’alto seguendo le nervature, si fermava intorno alla corona e insisteva ancora un poco, poi lasciando che il suo fiato scaldasse il suo uccello, tornava giù, all’altezza dei testicoli, sapeva che ad alcuni uomini piaceva che gli venissero succhiati, altri invece sentivano solo un forte solletico, e lui? per non indugiare in inutili parole si limitò a sfiorarli con le labbra. Lui le disse allora “ti prego…” e lei sorrise e dopo aver descritto altre linee curve sull’asta del suo pene, iniziò a succhiarlo, prima solo la punta poi piano piano lo prese tutto in bocca dentro sempre più in fondo, e ogni volta lasciava che la sua bocca e la sua gola si abituassero all’intruso. Usava un ritmo lento e poi forte alternativamente. Lui le mise una mano sulla testa, quel geto non lo sopportava, voleva essere solo lei a gestire, così si ritrasse e si alzò, pulì la saliva dai bordi delle labbra e lo fissò, lui esattamente come aveva fatto lei prima le mise una mano sulla bocca che scese fino al seno e poi al braccio destro e infine le prese la mano e la condusse nello stanzino con il grande congelatore, la fece sedere lì sopra e iniziò a penetrarla. Lei tenne gli occhi chiusi tra i gemiti e il respiro affannato, non voleva guardarlo poteva essere lui o chiunque altro, voleva solo lasciare che il suo corpo godesse. A un certo punto lui la girò e la prese così da dietro, lei si trovò costretta ad appoggiò tutto il busto sul fresco coperchio del congelatore, si sentiva bene, piena, eccitata, non desiderava altro che farsi scopare così nel mezzo di quel silenzio di parole ma ricco di rantoli e respiri affannati, lei gli disse: “riempimi… fottimi”. Arrivata all’orgasmo sentì il desiderio di afferrare qualcosa e così appoggiò la mano al muro di fronte, freddo e sterile. Lui non le venne dentro ma preferì farlo sul sedere di lei. Una volta finito, esausti, restava solo il ronzio del congelatore a coprire i pensieri, l’imbarazzo. Senza dire nulla lei prese un fazzoletto e si pulì degli umori di lui, cercò le mutande, le rimise velocemente, e prima di andarsene gli lanciò un’ultima occhiata nella penombra, lui se ne stava lì seduto a terra, appoggiato al muro. Quando lui si accorse che lei stava per andarsene le disse: “ciao”. Lei sorrise, annuì facendo un gesto con la mano e quasi sottovoce uscendo lo salutò.”

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9 thoughts on ““Il bar” seconda parte

  1. la parte resa meglio a mio parere è il verosimile continuo ondeggiare di lei tra la pura voglia del corpo e le titubanze della mente, tra desiderio e ripensamenti, tra piacere di essere guardata e attimi di fastidio allo sguardo affamato di lui. Il suo ingresso nel bar a serranda abbassata non è un atto scontato, fino al quel momento avrebbe potuto prevalere la rinuncia sulla decisione opposta di tuffarsi.
    ben condotto (avrei omesso la premessa che mi fanno pensare a un mettere le mani avanti e a cercare nell’amica una “corresponsabile alle malefatte” e sarei entrato direttamente nel racconto)
    ml

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