Fade-out

In questi giorni ho avuto voglia di esternare ancora una volta alcune sensazioni del passato, così ho scritto un racconto/resoconto/diario di alcuni eventi passati di cui ho già scritto qui alle volte entrando in profondità altre sorvolando la cosa per non rimescolare  troppo. Questo testo l’ho scritto per una persona in particolare, tempo fa decise di fare un’antologia musicale e non mi chiese di partecipare perché non sapeva alcune cose del mio passato, nulla di che per carità ma ho deciso come gesto (che evito sistematicamente di fare) di aprirmi un po’ anche con lui, l’ho inviato anche ad un’amica non so bene cosa vedranno di me ora, ma alle volte bisogna rischiare ed io non rischio mai con le persone. Ho una paura folle di andare oltre, troppo in profondità perché le pochissime volte che l’ho fatto è andata malissimo, stavolta riprovo, il sabotatore mi sta già rimproverando: “non ti risponderanno neppure”, “dovevi lasciare stare, è troppo intimo”, “che dovrebbero dirti in fondo…”, “hai esagerato”. Mi scuso per chi rileggerà parti già lette e pezzi già citati altrove ma così almeno la storia è completa. Spero che a prescindere da ciò che diranno o meno loro, serva a me per chiudere definitivamente questa porta del passato.

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Fonte: Tumblr

La prima volta che mi sono sentita vecchia avevo 13 anni. Avevo da poco superato la selezione per accedere al corso di chitarra classica del conservatorio privato di una cittadina della provincia emiliana. Fino a quel momento mi era stato detto che fossi matura per la mia età ma era un’accezione che mi conferivano gli altri, gli adulti, per quanto mi riguardava io mi sentivo solo normale. Ma quel “sei matura per la tua età”, mi faceva sentire un giudizio implicito di responsabilità misto a pena, lo detestavo. A quei tempi la mia chitarra rappresentava più del tutto, un legame simbiotico ci univa, uno scudo e l’amplificatore di parole non dette e solo pensate di sfuggita ma catturate da un insieme di suoni chiamato accordo. E il nostro tacito accordo prevedeva che lei parlasse attraverso me di me e del mio mondo. “Pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”, ma in modo meno poetico. Era il mio scudo, il mio perché, la mia origine in un sistema di coordinate cartesiane, con la variabile tempo posta in zero come si deve ma non tanto per rispondere alle leggi matematiche ma perché il tempo allora non esisteva, così potevo spostarmi nello spazio e muovere le mie coordinate ma lo zero rimaneva in t, e ancor più veniva meno il concetto di tempo mentre suonavo, sospesa altrove in altre dimensioni in altri universi potevo trascorre pomeriggi interi a velocità luce senza muovermi dalla mia stanza: è indubbio era amore, puro e puerile, pulito come i suoni che faticavano a venire sotto l’indice del barrè. Giovane, maturo, vecchio, concetti astratti per chi aveva bisogno di categorie, io ero solo futuro, proiettata in avanti per non vedere il presente che non volevo vivere, ma che a tutti tocca scontare prima o poi.

La prima volta che mi sono sentita vecchia ero in una stanza al primo piano di un conservatorio, avevo appena finito la prima lezione di chitarra classica, impostazione della postura di base, un semplice arpeggio da ripete più volte, subito dopo nella stanza accanto la prima lezione di solfeggio seduta accanto a un bambino di 3 anni più giovane, ma che evidentemente aveva già avuto una prima infarinatura. Fu allora persa in un pentagramma che faticavo a leggere velocemente che mi sentii vecchia per la prima volta, che ci facevo lì?! Forse quel posto di perfezionisti non mi apparteneva eppure ero stata io a desiderare di entrarci per acquisire un metodo, volevo saper suonare tutto, solo così avrei potuto avviare la sperimentazione. Avevo iniziato a suonare ascoltando il brit pop e le prime cover erano state di Verve e Oasis adesso bisognava fare un passo oltre. I miei genitori mi tolsero dall’imbarazzo di quel pomeriggio, non pagarono mai la prima retta e così, l’avventura conservatorio finì. Due anni più tardi ci riprovai in un posto diverso stavolta, ma piuttosto lontano per una quindicenne con i compiti e pochissimo supporto dei genitori anche negli spostamenti. Feci una seconda prova di ammissione a Mantova e ricordandomi della prima mi preparai meglio, sapevo che era l’ultima possibilità, ero stata avventata la prima volta stavolta mi sarei impegnata a non farmi demoralizzare. Stesso tipo di esame: ascolto di accordi e loro riconoscimento, suonare un piccolo giro di accordi o qualche scala, rispondere a poche domande e poi ispezione delle mani. Come la prima volta mi chiedevo cosa vedessero nelle mie mani: il palmo grande, le dita tozze e non proprio lunghe, eppure anche stavolta mi presero. Andai a lezione più volte ma il fato volle che proprio in quel periodo il maestro di strumento si ruppe una gamba e così fece saltare diverse lezioni, ogni volta che ci andavo era uno sforzo inutile, dovevo salire sul treno subito dopo la scuola prendere la chitarra al volo, alla stazione successiva e poi 40 minuti di viaggio, seguiti da altri 15 di strada a piedi, poi il ritorno uguale. Tutto ciò mi stancava terribilmente e non mi permetteva di seguire i compiti a scuola, dovevo scegliere o uno o l’altro e visto che uno andava avanti e l’altro faticava a cominciare decisi di smettere definitivamente col conservatorio. Mi dissi che per fare il genere di musica che volevo bastava esercitarsi ogni giorno e avrei imparato bene lo stesso, mi raccontai che sarebbe stato inutile imparare la chitarra classica volendo poi suonare l’elettrica e l’acustica, che avrei dovuto dimenticare tutto ugualmente. Nonostante le scuse ne rimasi delusa, non sapevo stavolta bene con chi prendermela, me stessa?! Il maestro sfortunato?! I miei genitori che già avevano cominciato a lamentarsi delle rate e della questione logistica?! Non doveva per forza finire così, continuai a suonare ma non riuscii mai a diventare abbastanza brava, non appena sentivo che stavo facendo dei progressi smettevo, appeno trovavo un giro di accordi vincente smettevo, mi assaliva una paura strana. Solo molti anni dopo capii a cosa fosse dovuta. Nonostante la mia psiche traballante non facevo altro che cercare musicisti per poter fare finalmente un gruppo, con altri sarebbe stato diverso pensavo, sarei stata capace, almeno così credevo.

A 17 anni credevo che con l’affinità giusta si sarebbe potuto creare qualcosa di grandioso, a quel tempo per quanto fossi introversa e abbattuta a scuola tanto forte e audace risultavo quando si parlava di musica. Era la rabbia, quintali, tonnellate di rabbia e frustrazione, se solo avessi imparato a suonare meglio sarei stata l’archetipo perfetto per i musicisti, famiglia disastrata, gocce di xanax, urla e solitudine, fortissima solitudine, che è figa solo se concludi qualcosa, solo se la descrivi bene sfiorandola con le dita di un arpeggio o la punta di una penna, altrimenti sei solo uno sfigato e le persone lo sentono e anche quelli “giusti”, quelli che potrebbero capire ti stanno a distanza, ed è ciò che successe a me, tante idee tanti progetti, tanta sperimentazione ma da soli con nessuno che ti incoraggia, che ci crede se ne fa davvero poco. Pessima io nei rapporti con gli altri, alle volte supponente e scontrosa per nascondermi meglio, troppo chiusa, così quando decidemmo con mia sorella che il gruppo doveva chiamarsi “Exit” aveva un senso multiplo, “uscita dal guscio” ci disse qualcuno più avanti, per noi era un’idea fica, ma in realtà era maledettamente vero: uscita dal guscio e da se stessi, uscita dalla provincia, “Abbandona la provincia mira all’universo” diceva Ferlinghetti, uscita dal presente che non volevamo. Allora pensavamo ai più estrosi e controversi significati filosofici, era breve e facile da ricordare e ci sembrava giusto. La solitudine rendeva sempre meno “fiche” le cose che mi accadevano e sempre più tragiche tracciavano solchi che avrei dovuto poi colmare un giorno, ma allora, sì allora bastava suonare e sognare che qualcuno là fuori avrebbe ascoltato e avrebbe capito, e avrebbe visto di più di ciò che era. Portavo la chitarra con me quando potevo, mi fermavo a guardare i gruppi più disparati e improvvisati, volevo conoscere tutto, e per conoscere bisognava studiare e tanto, così andavamo ai concerti di gruppi sconosciuti, osservavo attentamente la strumentazione, l’impostazione delle mani, ascoltavo l’arrangiamento, non era un semplice ascolto era tutto fatto con il fine di capire e carpire il più possibile da tutti, dai gruppi che non si fila nessuno ai miti, questi poi alimentavano nella mia testa leggende, le loro vite da sfigati totali mi confortavano, sì poteva accadere, se avessi lavorato bene, se avessi ascoltato bene, se avessi imparato bene, se fossi riuscita finalmente a esternare nel modo giusto. Non ricordo se il bando per Fronte del palco lo vide mia sorella oppure io, fatto sta che c’era la possibilità di fare un corso a Modena per giovani band, per conoscere il mondo del mercato musicale, come proporsi, come pensare in modo diverso nella composizione, tra i docenti giornalisti musicali, musicisti affermati, produttori e gestori di locali. Una cosa strafica, troppo per due giovani della provincia?! Volevamo partecipare ma avevamo paura di non essere all’altezza, componemmo tre canzoni e le incidemmo su una cassetta, la prima si chiamava “Trasparente”, poi c’era una canzone basata su un arpeggio sulla quale veniva recitato un testo di una poesia scritto da noi “Artificio” e infine “Musicista operaio”, le melodie potevano essere arrangiate e suonate meglio ma avevano potenziale e testi non banali, dovevano ricordare un po’ Marco Parente, Cristina Donà, gli Scisma, Moltheni. Registrammo il tutto e provammo un po’ per gioco un po’ per incoscienza, ci chiamarono al provino, ricordo che ero terribilmente nervosa, mentre aspettavamo che il tizio dentro uscisse. Quando entrammo mi sedetti su una sedia di fronte a me Davide Sapienza e Manuel Agnelli. Avevo il cuore in gola fino a un minuto prima ma in quel momento l’ansia sparì. Ascoltammo la traccia uno, era indubbiamente una merda, fuori tempo e molto semplice, ci fecero delle domande sul perché volevamo fare i musicisti, io e mia sorella rispondemmo in modo sfacciato, come a dire “che cazzo di domanda mi fai coglione, se sono qui forse è perché non posso pensare ad altro?!!”, la risposta non fu questa ma la ricalcava in modo meno volgare. Non so da dove uscì quella sfrontatezza, ma ci sentivamo giovani e in qualche modo sapevamo che avevamo del potenziale. Ci fecero domande sui concerti, mai fatti fino a quel momento, e poteva essere un problema ma la nostra giovane età, il fatto che eravamo femmine e che non ci importava un cazzo del loro giudizio fece il resto. Ricordo solo che appena finì la traccia iniziò subito la seconda e Manuel alzò la testa forse quella era sicuramente più interessante, forse gli ricordava qualcosa di già sentito. Ci dissero che non era un corso basato sulla meritocrazia, per noi era abbastanza, vi facciamo schifo grazie e arrivederci. Non so chi parlò per noi quel pomeriggio, ma credo che non ci avrebbero preso se non ci fossimo comportate così. Avevamo il nostro personaggio e ci riusciva bene. Al corso presero mia sorella ed io ero il più uno, ero ancora a scuola quindi alle lezioni portavo i compiti e agli altri ragazzi facevo un po’ ridere ma anche tenerezza, io a studiare e a fare i compiti tra le pause delle lezioni su arrangiamenti, mercato musicale. Quando facemmo ascoltare una nuova canzone “Not Pop” a Emidio Clementi e Manuel Agnelli eravamo tese ma sicure, una roba super sperimentale, ma avanti, almeno in quella classe, tutta elaborata al computer, nel mentre che miglioravo con la chitarra. Ci fecero i complimenti per il testo, a Manuel non piacque un cambio di accento funzionale alla melodia.

 

E sorrido ancora fragile

mi disperdo senza regole

non reagisco agli stimoli che mi dai

 

una scarsa sensibilità

mi costringe all’inattività

e rinnego mille volte la realtà

 

l’asfalto bagnato di pioggia

di poesia calpestata

 

Abusato sentimento alternativo

È meglio morire che essere sterili di idee

 

Sia Manuel che Emidio ci diedero le loro mail, al primo scrivemmo più avanti per raccontagli di una serata assurda dopo un Tora Tora a Rimini al secondo spedimmo dei testi, ci suggerì di semplificare, di cercare la parola meno aulica.

In quel corso scoprii che per essere la più giovane avevo una certa personalità piuttosto forte, provammo a suonare con altri due ragazzi e con il tizio che suonava la chitarra ci scornammo subito, non riuscivamo a venirci incontro, ognuno di noi voleva indicare la direzione. Lì capii che faticavo a trovarmi con altri musicisti perché troppo testarda e ancora poco brava per seguire. Alla fine del corso facemmo un concerto a Ravenna in un teatro con delle cover, io e mia sorella volevamo fare Venus in Furs dei Velvet Underground ma non si riuscì così facemmo i cori per Helter Skelter dei Beatles e una cover di Celentano. Cristina Donà provò a insegnarmi a cantare con le armonizzazioni. Durante le prove per il concerto a Modena un ragazzo di un altro gruppo, un buskers di origini napoletane, che viveva a Bologna mi dedicò “Malafemmina” in versione acustica, davanti a tutti, fu bello, anche se Manuel e altri ridacchiavano, non mi era mai successo di sentirmi così speciale e così nel posto dove potevano capire, avevamo sintonia con gli altri gruppi, ci rispettavamo e anche se eravamo le più giovani pensavano che avessimo qualcosa da dire. Feci perfino una prova di intervista con una telecamera televisiva e un famoso regista di videoclip, andai bene, mi disse che ero stata brava non mi ero fatta deconcentrare dalla confusione, che negli studi televisivi c’è sempre, che ero fotogenica. Ci sentivamo bene, capaci. Poco tempo dopo andammo a Milano a registrare una canzone nello studio di Mauro Pagani: la Noise Factory. Avevo comprato da poco una nuova chitarra elettrica, la terza per l’esattezza, la prima era bianca un cesso che si scordava da sola, la seconda era verde mi ricordava una fender ma ahimè non lo era neppure lontanamente, i soldi risparmiati con regali di natale e compleanni, portarono a una ibanez argento, non aveva i suoni dolci della stratocaster ma era ciò che potevo permettermi, una chitarra elettrica più adatta per il metal forse o comunque per suoni freddi, credo che se non ci fosse stata lei, “Marcella” non sarebbe venuta allo stesso modo. Trovai l’arpeggio per caso, sempre nei miei esercizi di divagazione, detestavo suonare cover io volevo comporre, così giocavo sulla tastiera alla ricerca di suoni. L’arpeggio è teso e cupo, doveva accompagnarlo qualcosa di caldo per fare un bel contrasto, così decidemmo che stavolta avrei cantato io. Il testo lo scrivemmo insieme io e mia sorella, ci ispirammo a nostra madre, al matrimonio fallito dei nostri genitori e al personaggio di Marcella nel libro “L’età della ragione” di Sartre. Il problema col quale ci eravamo dovute scontrare per tutto il corso era il tipo di direzione da dare al nostro progetto, seppure fosse la cosa più semplice, non volevamo scrivere testi da donna e ricalcare la Donà o Carmen Consoli, o altre donne della musica con quei testi intrisi di estrogeni e rancore verso gli uomini, non riuscivo a ritrovarmi in loro, non riuscivo a sentire mie certe canzoni che venivano bene, io volevo fare altro avevo modelli maschili e di rock alternativo o sperimentale, le uniche donne erano rappresentate da PJ Harvey, il resto non lo conoscevo o non mi prendevo la briga di farlo, appena sentivo puzza di ovaie in rivolta cambiavo disco. Io volevo scrivere i testi di Tom Waits, Nick Cave sulle musiche dei Radiohead e Sonic Youth e potrei fare milioni di altri esempi, quante note e melodie e giri ritmici e riff e parole, tutte lì che aspettavano di essere prese. Ma una ragazza cicciotta, sfigata e sola poteva sognare quello che voleva ma era troppo distante per tecnica e forse capacità dai suoi modelli e in ogni caso si poneva il problema della credibilità. “Marcella” è nata cercando di fondere il mio desiderio di fare rock con il mio lato femminile che ovviamente non volevo conoscere né ascoltare e che rinnegavo perché sembrava essere la via più semplice.

Trovammo un batterista sfigatissimo che suonava benino e che si travestiva ai concerti con i gruppi hard rock, lo portammo a Milano con noi e fu un’esperienza magica, in giro sui tram attraversammo la città con gli strumenti. La chitarra quel giorno sulle spalle non mi era mai sembrata così leggera, Alberto Cottica, uno dei maestri del corso ci aiutò ad arrangiare il brano, il fonico fece magie con protools e la batteria divenne molto più complessa di come era stata suonata. Quando fu il momento di cantare, entrai nello stanza da sola, mi misero le cuffie e provai a respirare per calmarmi così uno di quei respiri piacque ed entrò all’inizio del brano. La mia voce, mi disse poi mia sorella risuonava nello studio, sembravamo legate, in equilibrio e in pace, l’ arpeggio, il testo e la mia voce. Mi fecero i complimenti per la voce calda, il coglione batterista che ci eravamo portati dietro mi disse che avevo la voce da film porno. Sorvolai pensando che non l’avremmo più chiamato ma ci serviva qualcuno in quel momento e di meglio non avevamo potuto fare. Era la nostra possibilità, sembrava che le cose stessero girando ma l’oscurità stava arrivando, lo capii al MEI a Faenza, qualche mese dopo la fine del corso. Facevo la hostess in uno stand, alcuni del corso suonavano per presentarsi, Alberto Cottica mi vide e mi disse che io e mia sorella dovevamo esibirci, mi prestarono una chitarra, non era la mia ovviamente, una sorta di chitarra da stile country, il tizio che me la passò mi disse di non tenerla troppo fuori perché il legno si sarebbe raffreddato. Feci una faccia come per dire “CHE???”, non poteva andare minimamente bene quella chitarra dalla cassa enorme. Avevo l’ansia che mi si apriva nello stomaco, le dita mi si intrecciavano e non riuscivo a suonare, perfino il semplice arpeggio di Marcella sembrava un incubo, andai in bagno, uno di quei bagni chimici con odore di merda e disinfettante che avvolge le pareti di alluminio, mi sentivo il vortice nello stomaco, “non posso, non ci riesco”, mi ripeteva la testa. Senza saperlo avevo iniziato il cammino della depressione, le ultime energie le stavo usando per finire l’ultimo anno scolastico, non avevo abbastanza forza per fare quella cosa e non la feci, decisi in quel cesso, tra la merda e il lisoform che avrei avuto un’altra possibilità che avrei riscattato quella delusione, ma non fu così. Piano piano suonai sempre meno, mi sentivo in colpa per la mia incapacità, ma invece di stimolarmi a migliorare, rinunciavo e così piano piano rinunciai definitivamente. Mia sorella riprovò con altri gruppi a fare una o due prove ma nulla, la magia era finita, non c’era più la sfrontatezza solo “che cosa vuoi fare della tua vita?”, avevo un progetto che in qualche modo avevo sabotato da sola e ora confusa e depressa dovevo decidere altro. Per un anno non suonai, non studiai, non lessi nulla non potevo il mio corpo me lo impediva, speravo solo di non svegliarmi al mattino, speravo solo di non esistere più. La chitarra non era più scudo e le poche volte che riuscivo ad avvicinarmi era come respirare ma prima bisognava abbattere il muro che mi impediva di godere, di nutrirmi. Volevo solo andare via di casa, non vedere più quelle persone che mi facevano soffrire e fare il musicista precario non poteva aiutarmi soprattutto ora che non riuscivo neppure a suonare, che non mi ascoltavo più. Dovevo scegliere qualcosa di sicuro così, dopo la cura (incompleta purtroppo, ora lo so) mi iscrissi all’università, frequentavo sempre meno i concerti, non volevo vedere nessuno del corso, che avrei potuto rispondere alla domanda: adesso cosa fai? Stai suonando? Hai composto qualcosa? Non volevo neppure sentirle quelle domande, troppo dolore, troppo rancore, e troppa amarezza. L’ironia della sorte ha voluto che scegliessi una delle facoltà considerate più solide nel panorama lavorativo ma al precariato ci sono arrivata lo stesso, solo più infelice. L’ennesima sfida da superare.

La chitarra è lì nell’angolo della stanza, nella sua custodia, aspetta me. Nei rari momenti in cui affronto il disagio, la pena e il fastidio dei ricordi, noi stiamo bene insieme. È ancora amore ma diverso, siamo due vecchi amanti, non c’è più il logorio della passione che ci avvolge, non c’è possesso o alcuna pretesa. Siamo ancora connesse, sento ancora la pace e raggiungo per qualche momento il mio equilibrio. Così ritorna la voglia di provare, “potrei ancora forse”, ma la lascio cadere. Non ho smesso di aguzzare lo sguardo quando scorgo qualcosa di simile alla custodia di una chitarra come se nascondesse un segreto che solo in pochi possono conoscere; non smetterò mai probabimente. “Il vero problema è che passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui si dice “un giorno farò così” all’età in cui si dice “è andata così”. Ecco è andata così e adesso sì che mi sento vecchia.

 

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4 pensieri riguardo “Fade-out

  1. O.T. non trovo più il racconto che ho letto ieri. Forse l’hai cancellato o nascosto. Volevo aggiungere un’ulteriore osservazione che riporto sotto.
    I tre personaggi, Elodie, Peter e Adrien sembrano subire più che agire. Descrivi più che mostrare o far intuire. Ad esempio quando Elodie e Peter fanno all’amore, te la sbrighi in una parola ‘fare all’amore’. Non si capisce se provano piacere oppure no. Non dico di aggiungere l’atto fisico ma le sensazioni che ognuno prova. Questo potrebbe spiegare perché Elodie cerca Adrien come amante e Peter Nicole.

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