L’ estate

Un velo di farina ricopre ancora il tagliere di legno pronto per la prossima lezione. Il caldo stamattina si fa sentire e solo un ventilatore a stelo non basta, cerco di tirarmi su il vestito e incastrare la stoffa all’elastico delle mutandine per avere maggiore nudità sulle gambe, ma non basta. Provo allora con del ghiaccio: tiro fuori il portacubetti dal freezer e lo sbatto sul tagliere per far cadere un cubetto di pace fresca, ma nulla, come il caldo soffoca la stanza il frigorifero vive di vita propria in un ambiente gelido e purtroppo inaccessibile. Riprovo sbattendo più forte, il rumore fa tremare il tagliere e la stanza, nel silenzio del mattino. Gli ospiti del bed and breakfast sono tutti in giro a godersi le prime granite, a fare foto alla piazza, alle chiese e agli edifici decadenti, sopravvissuti alla fame, alle guerre e al caldo. Una folata di vento spalanca la porta finestra, attraversa la tenda di perline di legno come un acchiappasogni e fa entrare l’odore della carne arrosto, subito dopo lo segue un odore più pungente accompagnato dallo scoppiettio del fuoco, sono i primi peperoni sulla brace, “ben abbrustoliti da entrambi i lati”, penso, come li faceva mio nonno. Afferro il cubetto di ghiaccio e lo passo sulle tempie e i polsi, così da placare l’arsura, ma il corpo caldo scioglie in pochi istanti il momentaneo sollievo. Mi affaccio sul balcone scostando leggermente la tenda di perline di legno, per seguire il fumo e gli aromi della carne, così col ghiaccio ancora in mano osservo una donna anziana dar aria al suo braciere con un pezzo di cartone. Il fumo risale la strada e il muro e arriva fino alla mia cucina. La signora alza lo sguardo e mi chiede in dialetto stretto se il fumo mi sta disturbando. Solo il suono di quelle parole mi fa sorridere.

“Non si preoccupi” le rispondo. Rientro in casa e provo a ripetere con lo stesso accento le parole della signora, ma no, non escono allo stesso modo. Gli anni passati a Sheffield si sentono perfino nel mio italiano, figuriamoci in un dialetto che non ho mai imparato a parlare ma che comprendo bene. È la lingua che usavano per le parole più dolci e quelle più dure, come se il dialetto fosse l’unica lingua capace di esprimere le emozioni più intense. Guardo la stanza e comincio a passare sul collo, la nuca e poi il petto quello che è rimasto del cubetto di ghiaccio. La cucina avrebbe bisogno di un restauro, i mobili bianchi stanno perdendo la verniciatura, e anche le maioliche in alcuni punti risultano un po’ sbeccate, il pavimento in graniglia invece regge ancora dopo tutti questi anni. Ho dovuto sostituire solo alcuni elettrodomestici per il momento, ma nel tempo so che dovrò investire di più su questa stanza. I pensili consumati danno quell’effetto shabby chic che va tanto di moda adesso, un’ospite mi ha perfino chiesto dove li avessi comprati, io ho risposto che sono antichi e si è illuminato ancora di più in volto. È strano come qualcosa di consumato e vecchio se visto nel modo giusto acquisti anche più valore di quando lo era nuovo. È un po’ il ragionamento che ho fatto con questa casa, una volta che è morta mia nonna. Sentivo che la vita accademica da ricercatore precario all’estero non mi soddisfaceva più, così ho ripreso questa vecchia casa e la sto trasformando in un piacevole punto dove soggiornare per visitare le città vicine e il caratteristico paesino, dove imparare qualcosa della cucina tradizionale con le mie lezioni. Per ora i guadagni sono molto altalenanti ma confido in periodi migliori, ad ogni modo le mie radici mi ripagano ogni giorno, non sono di certo di quegli italiani a cui manca la pasta e il sole quando sono all’estero ma ho sentito che dove stavo non era più “il mio posto”, non ero più “io”, non era più “casa” per me. Qui nelle mie radici sento di essere nel posto giusto. Non so se resterò per sempre qui, sono destinata al viaggio, così almeno mi disse un’anziana signora amica di mia nonna, leggendomi la mano. Per ora mi godo gli odori, i suoni e sì perfino il caldo. Anche il desiderio sessuale lo sento più forte in questo periodo, sarà la maggiore calma, sarà che sono meno stressata, sarà il caldo che mi fa ribollire il sangue ma ogni pomeriggio subito dopo il pranzo, quando l’arsura brucia le piante e l’asfalto bolle sotto le suole, quando l’acciaio delle panchine brucia le gambe e gli ospiti sono tutti assopiti nelle loro camere, mi concedo un piacere tutto mio. Non appena si libera la stanza sento che il mio corpo mi chiama, così mi affretto a sparecchiare il tavolo del pranzo dove gustiamo le ricette preparate con gli ospiti, ripongo i formaggi e e la frutta in frigo, avvolgo il pane restante in un panno e lo infilo nel sacchetto di carta, chiudo le bottiglie di vino, e infine metto i piatti nel tinello per essere lavati. Immergo le mani sotto l’acqua corrente, e man mano che strofino e asciugo sento che il mio desiderio cresce. Non basta bagnarmi le braccia, il collo e il petto, il mio corpo mi chiama, così gli ultimi piatti sono gli ultimi ostacoli. Per placare l’ardore prendo un cubetto di ghiaccio lo bagno leggermente e poi lo infilo nelle mutandine, lascio che mi bagni e mi rinfreschi prima che si sciolga del tutto, così muovo leggermente i fianchi avanti e indietro in modo che possa accarezzarmi le labbra e l’anello e possa quietare i miei umore per qualche secondo, prima che la mia mano faccia il resto. Con il mio fresco segreto tra le gambe mi dirigo nella mia stanza, chiudo a chiave e socchiudo gli scuri in modo che poca luce possa filtrare, allargo le gambe appoggiando un piede sul letto e mi fisso nel grande specchio del mobile della camera, sollevo il vestito e abbasso le mutandine, togliendo il ghiaccio mezzo sciolto. Abbasso le bretelle del vestito e mi guardo arrossarmi in viso mentre famelica mi accarezzo, il sudore mi cola sulla fronte mentre spalancò la bocca per l’orgasmo e inghiotto il rantolo che lo accompagna. Mezza svestita mi getto sul letto e lascio che il torpore mi accolga accompagnandomi nel sonno.

 

Da qualche giorno è arrivata una coppia di americani, prima di spostarsi verso le altre zone dell’isola soggiorneranno qui. La donna, Karen, desidera imparare il più possibile della cucina italiana e infatti partecipa con gioia alle lezioni del mattino e agli aperitivi della sera. Ogni tanto organizzo delle escursioni enogastronomiche per far vivere ai miei ospiti a pieno l’esperienza del cibo del sud. Nell’ultima gita alle cantine di nero d’avola, il marito o compagno di Karen, non ho ben capito, si è ubriacato quasi subito, credo non regga molto l’alcool e i vini di queste zone non lo aiutano di certo. Mentre lo aiutavo a portarlo in camera, io sotto un braccio e Karen sotto l’altro, ho intravisto Sebastiano, un lontano parente da parte della sorella di mia nonna. Ogni tanto passa ad aiutarmi con gli ospiti, è un tipo schivo e ha un modo di fare che mi mette a disagio, sarà la sua giovane età in preda agli ormoni, ma mi fissa in un modo… come se volesse strapparmi non solo i vestiti ma persino la carne. Mi fa sentire come una preda e questo mi imbarazza davanti agli ospiti. Qualcuno si è accorto dei suoi sguardi inopportuni e ha iniziato a scherzarci sopra, così tutte le volte che andiamo insieme a fare qualche commissione sento i risolini e i commenti del panettiere, del macellaio, gli dicono qualcosa di volgare in dialetto convinti che io non capisca e allora il povero “Iano” arrossisce di colpo e cerca di chiudere subito la conversazione. Anche qualche ospite se n’è accorto, la coppia di inglesi ad esempio mi chiede tutte le mattina dove sia il mio piccolo amante, ho spiegato loro che è un aiutante e che è solo un ragazzo con una cotta. Sebastiano ha da poco finito le superiori e questa è l’ultima estate che passa qui al paese prima di trasferirsi a Roma per l’università. Quando posso evito di chiamarlo per evitare imbarazzi e perché vorrei si godesse con gli amici l’estate e il vicino mare. Una mattina Karen e il marito mi hanno chiesto di accompagnarli a fare un giro in paese e poi al mare, ho dovuto chiedere la macchina in prestito a Sebastiano. Lui ovviamente si è offerto di accompagnarci, ho accampato le scuse più assurde per farlo stare a casa ma alla fine è venuto con noi. Il mare in queste zone è profondo dopo pochi metri dalla battigia, e il blu diventa sempre più scuro fino a non vedere più il fondale. Karen e il marito hanno fatto il bagno abbandonando i vestiti sopra uno scoglio, io ho cercato un punto dove potermi cambiare, con la fretta di partire non sono riuscita a mettere il costume sotto il prendisole. Non trovando nulla di adeguato per proteggermi da occhi indiscreti ho optato per cambiarmi in auto, ma già solo dopo un’ora l’abitacolo era diventato un forno. così ho lasciato gli sportelli anteriori accostati per far entrare un filo d’aria. Il caldo mi eccita terribilmente, è in queste cose che sento la mia terra, ad altri abbassa la voglia sfiancandoli, io invece mi sento ribollire nel sangue e ogni goccia di sudore che cola lungo la pelle la sento come un richiamo per le mie mani. Mentre sfilavo i pantaloncini ho sentito il desiderio chiamarmi da in mezzo alle gambe, ma ho resistito mordendomi il labbro. Poi ho visto degli occhi fissarmi dallo specchietto. Poteva essere solo lui, che mi spiava. Per un attimo ho pensato di chiamarlo e chiedergli di andarsene, ma l’idea di essere osservata ha amplificato le mie voglie, così mi sono spogliata nuda lentamente sapendo che due occhi mi scrutavano, sapendo che la sua guancia si attaccava alla lamiera calda del veicolo pur di potermi osservare. Ho infilato le mutandine del costume e sono rimasta lì seduta e sudata sui sedili con le gambe divaricate e gli occhi chiusi, ad aspettare. Ho sentito la portiera aprirsi ma ho continuato a fingere di dormire, ho percepito il calore di un corpo che si avvicinava senza toccarmi e poi il suono di uno strusciare di mani che battevano contro il basso ventre. L’ho sentito ritrarsi e venire fuori dall’auto, e poi un rumore di passi che si allontanavano e solo allora ho riaperto gli occhi. Ho indossato anche la parte sopra del costume e sono finalmente uscita madida di sudore dall’auto. Una leggera brezza ha sfiorato la pelle, ho chiuso la macchina, preso la borsa con gli asciugamani e il resto e mi sono diretta verso gli scogli, sapevo che mi fissava ancora sfiancato dal caldo e dall’orgasmo, ma ho fatto finta di nulla. Arrivata agli scogli mi sono tuffata anche io e ho raggiunto i nostri ospiti, l’acqua sembrava abbracciarmi e coccolarmi verso l’equilibrio, solo l’acqua così fredda può affrancare le voglie tanto esaltate dall’arsura della terra. Al ritorno Sebastiano mi ha chiesto di guidare e così l’ho lasciato fare, i nostri ospiti si sono assopiti nei sedili di dietro, così ho detto a voce bassa “Guarda… dormono” e lui fissando lo specchietto retrovisore e poi me ha aggiunto “sì, dormono”, con tono perentorio. Sapevo che voleva provocarmi ma ho lasciato cadere la cosa, ma lui sollecitato dall’evento di qualche ora prima ha aggiunto: “ti sei divertita oggi? ti sei riposata?”, mi sono girata verso il finestrino e senza guardalo con tono annoiato ho detto: “avevo bisogno anche io di rinfrescarmi”. Arrivati a casa ho ricominciato a ignorarlo, e lui frustrato se n’è andato. La sera mentre lavavo i piatti, ho ripensato all’accaduto e una parte di me ha cominciato a fantasticare su di lui, su quanto sarebbe facile farne ciò che voglio, su quanto mi piacerebbe scoprire le fantasie che ha di me; così ho risentito i suoi occhi guardarmi ancora e ho desiderato per la prima volta che fosse lì a fissarmi per potergli dire “seguimi”. Se il caldo di giorno accentua i miei umori la notte amplifica gli spasmi di tensione, così mi rigiro nel letto alla ricerca di zone rimaste fredde dove accovacciarmi, questa è l’ultima estate che passerò senza aria condizionata in camera, ho preferito prima metterla nelle camere degli ospiti e nelle zone comuni, a discapito mio.

Il giorno dopo mi alzo e preparo la colazione come sempre, ascolto un po’ la radio e poi stanca trovo un cd con una compilation di canzoni fatte quando ero ancora in terra d’Albione, la voce di Nico riempie la stanza, così a ritmo di Femme fatale dispongo le tazze sul tavolo, prendo i biscotti e apro il freezer per prendere la granita alla mandorla, sento rumori provenire dalle camere, forse i primi ospiti si stanno svegliano, la riproduzione casuale fa partire Draw your swords, così mi gusto il caffè affacciandomi dal balcone e questa canzone è così lontana da questo paesaggio: l’odore della carne che sale dai piani vicini, i clacson delle auto e poi le persone che risalgono la via con le borse di plastica cariche di verdura e frutta direttamente dal mercato settimanale. Si sente parlare a un tono di voce alto, vorrei che questo istante di osservazione del mondo fuori da questa stanza non finisse, la malinconia della canzone in questa stanza contrasta con il vociare dei passanti, con i camioncini degli ambulanti e le loro urla. Ripenso a cosa ho lasciato e a chi fece per me questa compilation e i primi sprazzi di nostalgia riemergono, e solo per un istante fissando l’asfalto ripenso a chi ho lasciato. La coppia di inglesi interrompe e cavalca senza volere i miei pensieri, rispondo senza esitare al “come va stamattina?”, pensando di rispondere a qualcun altro. Poi qualcuno mi chiede della granita al cioccolato e di quella al caffè così la mente si stacca definitivamente da questi pensieri, mi volto e sorrido salutando Karen che si affaccia alla porta. Metto sul tavolo quanto richiesto e le chiedo se ha riposato bene, “benissimo” risponde, le sorrido e le chiedo se il caldo è stato un problema e risponde che “no, non lo è stato”, l’aria condizionata ha funzionato bene. “Molto bene”, aggiungo pensando alla mia di notte insonne. Gli ospiti sono tutti seduti a gustare granita e brioche col “tuppo”. Li osservo mentre annusano incuriositi le brioche, qualcuno mi chiede con che cosa siano fatte e se sono dolci o salate, mi chiedono il perché della forma e come si dice in siciliano, rispondo a tutto sorridendo, Karen mi chiede se c’è un modo particolare di mangiarle, io le rispondo che può fare come vuole ma io ho sempre fatto così: parto dal tuppo, lo stacco e lo uso a mo’ di scarpetta inzuppando e strisciando l’interno contro la superficie bianca della granita e poi un morso e “se la proporzione tra brioche e granita è giusta hai il boccone perfetto, altrimenti arriva tutto il freddo in testa e sei costretta a strofinarti la fronte con la mano per riequilibrare”, lei mi guarda e ride mentre mimo il gesto. Gli ospiti mangiano voraci e visto che il “tuppo” ha riscontrato così tanto successo propongo loro di provare a prepararle insieme nel pomeriggio. A metà mattina la cucina è di nuovo vuota, alcuni vanno al mare col proprio mezzo, altri fanno una passeggiata in paese, altri ancora si mettono a leggere nella veranda tra i profumi della ginestra, di alcuni piante aromatiche e del grande albero di limoni che sovrasta il giardino.

 

Il pomeriggio il caldo non dà tregua e nonostante l’aria condizionata si sente netto l’intorpidimento della voglia di fare, lo leggo negli occhi assonnati e distratti degli ospiti che non sono abituati a queste temperature, così propongo loro di far la lezione di cucina in tarda serata quando il torpore dovrebbe essere svanito. Chi è rimasto nel bed and breakfast va a sonnecchiare in camera, io mi siedo in cucina a scrivere la lista della spesa per la lezione della sera e per i giorni a seguire, per cena vorrei farmi prestare ‘u cufuni da qualcuno, una sorta di braciere per arrostire la carne, il pesce e le verdure, così da accontentare gli inglesi che vogliono vedere qualcosa di molto caratteristico. Non resta che chiamare la nonna di Sebastiano per chiederle se me lo presta, la signora risponde al telefono gentilmente, parla solo in dialetto ma non è un problema perché per quanto non lo abbia mai imparato a parlare lo comprendo perfettamente, mi dice che il suo l’ha rotto Iano, che da piccolo ci ha cucinato i soldatini o qualcosa del genere, trattengo a stento una risata, ma aggiunge che mia nonna ne ha sempre avuto uno e sicuramente da qualche parte in cantina o garage dovrebbe essere, aggiunge che mi manderà Iano che lui il fuoco lo sa accendere, le dico che non importa ma lei ossequiosa e grata per le due lire che do al nipote per i suoi lavoretti (altro sorrisetto mio ma imbarazzato stavolta) insite tanto che non è possibile dirle di no, poi mi chiede dell’albergo, evito di spiegarle che è un bed e breakfast, mi chiede se vanno bene gli affari e mi dice che vede stranieri in giro per il paese, “ma non quelli scuri quelli buoni insomma, gli americani”, tralascio sulla frase filo razzista e penso che per i vecchi di qui chiunque parli inglese è un americano, così provo ad immaginare questa signora da giovane che accoglie i soldati che liberano la Sicilia e magari si concede a uno di loro inebriata dal suono di parole che non riesce a capire, ma spinta solo dal linguaggio universale del desiderio di essere posseduta. “Mi mandi Sebastiano che lo aspetto” e chiudo la telefonata salutando la signora.

Alle 16,30 suonano alla porta e con mia sorpresa trovo Iano e sua nonna pronti ad aiutarmi, la signora con le ciabatte, calze elastiche e la gonna al polpaccio mi scruta attentamente e poi senza chiedere nulla si dirige svelta verso la cantina, solo le scale ripide la bloccano, così solo il prode Iano va a prendere ‘u cufuni in cantina mentre io rimango in alto ad aspettarlo con sua nonna che mi parla di una signora che stava qui accanto e che aveva fatto le corna al marito con quasi tutto il paese e mia nonna la conosceva e la signora in questione faceva gli occhi dolci anche a mio nonne e suo marito ma il suo di marito no, lui mai con questa qui, la seguo rispettosa con i miei “Certo” per tutta la conversazione, infine aggiunge che ad un certo punto la signora se n’è andata dal paese, alcuni dicono perché era rimasta incinta di qualcuno e la moglie del suddetto l’aveva minacciata, altri invece sostengono che sia scappata con un carabiniere, sorrido pensando alle piccole soap opera di paese, ma la signora sente che serve la giusta chiosa per cotanto parlare così aggiunge: “cetti fimmini u pagghiaru u vonu sempiri arriminatu”, vorrei ridere ma ci raggiunge Sebastiano e anche Karen adesso si affaccia sulla tromba delle scale. Indossa un vestito corto e i capelli sciolti, mi chiede se può aiutarci perché il compagno è in camera a dormire, le dico che cuoceremo del pesce sulla griglia per cena e lei esaltata guarda la signora che la scruta come fosse un’aliena. La presento alla nonna di Sebastiano e la signora composta saluta ossequiosa, Karen invece è incuriosita da questa anziana donna, probabilmente la trova come qualsiasi altra cosa qui dentro un oggetto di un’altra cultura, antico e bizzarro. Torniamo in salotto e insisto per offrire un caffè a tutti ma Karen preferisce tornare in camera e l’anziana signora preferisce tornare a casa sua, Sebastiano invece è già andato in giardino a sistemare le braci. Chiedo allora alla signora se ha bisogno di essere riaccompagnata, ma preferisce che sia suo nipote a farlo, così va lei stessa a chiamarlo, non la seguo per non essere invadente e vado a prepararmi un caffè, li sento che parlano in giardino. Tornano entrambi verso il salotto, Iano viene in cucina ad avvisarmi che accompagnerà la nonna a casa e poi tornerà subito indietro per finire di preparare il fuoco per la sera. Assaporo il mio caffè sola in cucina, guardo verso il giardino ed eccolo lì quello che gli inglesi chiamerebbero barbecue, lo fisso e rivedo le mani callose di mio nonno, il vestito blu a fiori di mia nonna e poi l’odore della carne e il fumo che risaliva verso l’alto spazzato via dallo sventolare di un cartone, rivedo mio nonno che sventola e la nonna che mi chiama per raggiungerli in giardino, e poi mi rivedo: una mezza ragazzina che si esercita a baciare su un cuscino e risponde svogliata, abbandona la camera da letto e raggiunge i nonni in giardino, e se mi impegno la vedo ancora mia nonna che mi accoglie con un piatto di fichi e mi fa vedere come sbucciarli porgendomene uno. I miei ricordi dolciastri vengono interrotti da un rumore di chiavi, è Sebastiano che rientra. Vado verso di lui passando attraverso il salotto e poi il corridoio dove su entrambi i lati ci sono delle camere di ospiti, lui intanto viene verso di me e entrambi ci fermiamo nel corridoio davanti alla camera di Karen e il suo compagno, gli sorrido ma entrambi sentiamo dei gemiti provenire dalla camera, e poi qualche doga del letto, si sente un “Please… Shhhh!!” provenire dall’interno, io e Sebastiano sorridiamo fissandoci, e poi di nuovo spasmi, sento qualcuno ansimare, purtroppo i muri sono sottili e così entrambi restiamo lì a sentire una coppia che fa l’amore.

I gemiti di Karen provocano in me un’eccitazione sempre più forte che preme dal basso. Sebastiano, forse preso dal desiderio come me, mi bacia con un bacio dolce e delicato: solo le labbra. Gli prendo la mano e lo porto con me verso la mia camera, lui quasi inebetito mi segue fedele. Gli abbasso i pantaloni e vedo la sua erezione poderosa, così gli ordino di stendersi sul letto. Vorrei andare piano, lentamente, ma il corpo mi chiede altro, così mi alzo la gonna, mi tolgo le mutandine e mi infilo un dito tra le gambe e con lo stesso gli disegno il contorno della bocca, affascinato e incuriosita istintivamente si lecca le labbra e mi sorride. Sto per mettermi sopra di lui quando mi chiede di spogliarmi tutta. Senza proferire parola lo accontento e lui nel mentre si risistema nel letto mettendo un cuscino dietro la schiena in modo da poter stare seduto. Vuole che stia sopra di lui così che possa vedere la mia schiena e il mio sedere nel mentre.

“Perché così?” gli chiedo.

“Perché mi piace guardarti…”.

Lo sento penetrarmi con desiderio e fissarmi allo specchio, le sue mani mi afferrano i fianchi e premono sul suo bacino. Il suo desiderio si esprime anche a parole, lo lascio vaneggiare mentre mi prende, sento che vorrebbe venire, così gli chiedo di cambiare posizione, mi prende da dietro così che possa guardarmi anche io allo specchio, l’orgasmo arriva liberatorio e poco dopo viene anche lui dentro di me. È stremato, il cuore in petto sembra stia per esplodere, gli sorrido e gli dico che può restare a riposare un po’ se vuole, io intanto vado in bagno nuda per rivestirmi stando attenta che nessuno mi veda. Cosa direbbe mia nonna di questo? E la nonna di Sebastiano? Rido fissando il mio viso arrossato nello specchio. Esco dal bagno per andare a comprare quello che manca per la lezione di cucina: miele e farina. Una volta tornata a casa gli ospiti sono tutti in giardino a fissare Sebastiano che accende il braciere, “Deve scaldarsi un po’ prima di cuocere qualcosa” mi dice.

“Ok, allora intanto prepariamo gli impasti della lezione”. Chiedo ai miei ospiti di dirigersi verso la cucina per iniziare a impastare e li seguo lungo le scale, Sebastiano mi afferra un braccio e mi dice ”Posso restare stanotte?”,“Sì, certo” rispondo.

Una volta entrata in cucina metto la farina e lo zucchero in una ciotola, aggiungo il latte lentamente e il miele, immergo le mani nel miscuglio cercando di lavorarlo al meglio, dopo aggiungo le uova e continuo ad impastare premendo con i polsi, aggiungo il resto degli ingredienti e continuo a premere, spiego tutti i passaggi e continuo a muovere le mani: a premere, a stringere e poi liberare, ripenso alle mani di Sebastiano sul mio sedere e sorrido tra me e me pensando che, sì, sarà una bella estate.

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5 pensieri riguardo “L’ estate

  1. vicenda, ambientazione e protagonista assai credibili.
    mi piace come hai inserito la parte erotica in un contesto più ampio e come usi il caldo come catalizzatore sessuale.
    ml
    (occhio a refusi e distrazioni (i piatti nel tinello anzichè nel lavello) forse dovuti alT9)

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