La vergogna del bisogno

Sorride quando le dico che sto scrivendo un libro, deve vedermi come appena uscita dall’uovo, ingenua, incerta, come atterrata da poco sulla terra, per nulla concreta. “Vivere con i romanzi sarebbe bello ma purtroppo spesso è un futuro incerto” aggiunge. Le dico della mia idea di scrivere per il digitale, che in testa in realtà non ce l’ho proprio definita (perché ho scritto due articoli per dei siti paid to write, tra l’altro pagati una miseria non significa sia la mia strada, ma ho chiesto una mentorship su questo in fondo, per capire).
Mi parla di brand, di definizione precisa di cosa scrivere perché il mercato è così, rimane l’idea precisa che sa raccontarsi, le proposte poco chiare si perdono nel tempo, mi sembra di parlare con un commercialista, ma ha ragione: le proposte poco chiare si dimenticano, così come le persone poco definite. Devo sembrarle la casalinga che pensa di aprire un blog e fare soldi tra un bucato e l’altro raccontando cazzi propri, lei dal suo ufficio a Milano con le sue riunioni di redazione, i suoi target e i sui brand. Mentre parla mi sembra lontana anni luce e mi chiedo perché ho contatto questa persona, in che modo potrà aiutarmi? ma come ha detto la coach devi solo ascoltare. “Bisogna sfruttare le proprie competenze, è un peccato cambiare percorso se ancora lo si sente come una possibilità, un blog sull’ingegneria dell’ambiente”,  propone, “magari che riguarda la protezione del territorio e che faccia un’analisi critica”. Non è di certo una cattiva idea, ma ne sono capace? e da dove potrei iniziare? Non ho esperienza come giornalista e neppure come ingegnere a quanto pare. Mi parla di famosi architetti che tengono blog, il pensiero vola sempre là dove il dente duole, ma io ho esperienza solo accademica, che specie di blog potrei scrivere che non si trova su un libro?! ma come sempre prima di farmi prendere del tutto dallo sconforto cerco online cosa c’è di simile e trovo un blog gestito da una società che fa corsi e-learning e promuove convegni organizzati dall’università di Tor Vergata su tematiche ambientali; attraverso il blog ci si può iscrivere ai convegni. Il secondo blog riguarda i più diversi temi ambientali, c’è prima la spiegazione e poi vengono indicate le varie norme che regolano l’argomento in questione con qualche commento o foto derivante da lavori svolti sul campo dal proprietario dello studio di ingegneria che scrive il blog in collaborazione con altri liberi professionisti che collaborano con lo studio di ingegneria o con enti e aziende da anni. Sconforto; ma vado avanti. Un altro blog è di un ingegnere che ha lavorato per un’azienda per anni e poi ha deciso di percorrere la libera professione facendo da supporto a tribunali per perizie, da docente per la sicurezza sul lavoro, progettista per opere idrauliche, consulente per paesi in via di sviluppo. Non aggiorna il blog dal 2012 a quanto pare. L’ultimo blog che guardo è di un giovane ingegnere, si occupa soprattutto di calcolo strutturale, statica e verifica. Nel blog ci sono anche post generici su come organizzare il tempo per leggere a cosa fa un ingegnere ambientale che a suo dire è “uno dei migliori lavori che si possa fare”. Vedo in loro un elemento pratico che io non ho e questa mancanza forte mi fa desistere dall’idea di fare una cosa del genere. Un altro modo di essere fermi, chiusi in casa, un altro modo in cui non capisco se è davvero la mai strada o no.
Leggere di queste persone mi lascia perplessa e malinconica, mi chiedo quanto abbia creduto in questa cosa e quanto davvero ho speso di me per farla, insomma è stata solo sfortuna? solo io? i miei ex colleghi lavorano a mesi  e contratti rinnovati si intende, ma lavorano. Non ho speso abbastanza di me? non ho cercato nel modo giusto? in realtà non voglio fare questo? come è possibile che quando parlo della mia situazione mi venga detto “lei ha tutte le carte per… “e allora cosa non va?!
Martedì mattina la coach, mi ha chiesto se voglio lavorare, “magari lei non vuole lavorare e non lo sa ancora, dobbiamo fare in modo che lei faccia qualcosa di concreto, che si possa mettere in movimento, fare per poter sbloccare la cosa”, questa frase mi ha all’inizio offesa e poi mi ha lasciata pensierosa, “non voglio lavorare?io?” e allora cosa ho fatto finora?! tutte le notti insonne, le crisi di nervi, la rabbia, le giornate passate a cercare recruiter, a mandare cv (sbagliando) a pioggia per qualsiasi mansione pur di lavorare, a che sarebbero servite? è possibile che appaia così sconnessa dal mondo, così lontana dalla realtà di brand e definizione? è possibile che io abbia i contorni così sbiaditi? mi sento come una di quelle donne nei quadri di Hopper, ne percepisci la solitudine, la distanza, non sai cosa stanno pensando e i volti sono accennati, ripiegate su loro stesse, chiuse nel loro microcosmo e spiate da una finestra.
Mia madre mi ha trasmesso un’immagine assolutamente negativa delle donne che non lavorano e l’ansia, oltre che per il resto, anche di restare da sola un giorno, “perché tutti gli uomini ti lasciano prima o poi e se non hai finanze tue sono cazzi”. Prima ancora di questo una questione più grande e radicata saldamente nella mia testa: io non posso e non voglio avere bisogno degli altri. La psicologa me lo ha fatto sputare con riluttanza.
“Perché? che c’è di male nell’avere bisogno? tutti abbiamo bisogno degli altri, perché lei dovrebbe esserne esente? perché non vuole?”
“Perché se hai bisogno gli altri vedono le tue fragilità, che sei debole e se ne approfittano”.
Ed eccoli lì i primi vent’anni di vita di bullismo, condizionamenti e violenze psicologiche, descritti in un’unica frase. Io non devo avere bisogno, io non devo essere fragile. Il problema è che per quanto io vada avanti e mi sforzi, questi pensieri mi inquinano costantemente su tutti gli aspetti della mia vita, e così chiedere aiuto a una coach per il lavoro è fonte di vergogna e fastidio, ma lo faccio comunque senza dirmi brava che qui non ne siamo capaci.
Vado avanti e tengo a bada il giudice che emetterà la sua sentenza se dovesse essere fallimentare anche questo tentativo. Per quanti anni ancora resterò invischiata in queste cattive eredità?! perché è così difficile estirpare questi retropensieri che inconsciamente risucchiano ancora vita?! “Forti condizionamenti” li chiama la psicologa, “come quelli di un bambino maltrattato ma i suoi sono più subdoli”. Ecco. Bene. La coach al secondo incontro mi dice di evitare di fare confronti, tanto cari al giudice, di evitare le persone che possono farmi male, che la mia mente può vedere come una minaccia o una fonte di frustrazione, insomma tutti quelli che potrei etichettare come più bravi, più belli, più tutto. Mi dice che di persone ce ne sono tante e non abbiamo bisogno di tossicità ulteriori nella vita. Penso rapidamente ai miei amici e so che dovrei fare una quasi tabula rasa, “devi tenere solo quelli che ti cercano, che vogliono stare con te”. Tabula rasa assoluta. Ho bisogno di linfa nuova anche in quel frangente e mi sforzo di vedere il tutto come possibilità e non come una pregressa sconfitta. Mi consiglia di leggere un libro che etichetto come “motivazionale”, anche se non appartiene alla categoria “la felicità in dieci mosse” o cose del genere, è proprio un romanzo, ma se la mia testa lo pone nel bidone con l’etichetta bisogno, per me è solo fonte di vergogna, così lo compro con riluttanza assoluta, ho perfino fastidio a chiedere al libraio dove trovarlo, non posso fare a meno di pensare che lui mi veda come una sfigata, vorrei ci fosse in una biblioteca per prenderlo con l’autoprestito ma non è disponibile e online impiegherebbe troppo tempo. È un piccolo passo anche questo. Compro il libro e lo trascino con me in borsa ovunque perché ho fastidio a leggerlo, significa solo una cosa: bisogno, ma lo faccio, me lo impongo e una sera inizio perfino a leggerlo e sì a tratti mi sembra patetico e banale ma evidentemente ho bisogno che mi si ripetano concetti di questo tipo, magari a forza di leggerli e impormeli si fisseranno un po’ in questa dannata testa. So perfettamente che se vedessi quel libro, che tra le altre cose ha venduto tantissimo nel mondo, a casa di qualcuno troverei il titolo interessante e se qualcuno mi dicesse che va da un coach per il lavoro, penserei che è una possibilità in più per capire. Tanto sono indulgente e tollerante col prossimo e tanto mi irrigidisco con me stessa. Non so bene se questi tentativi di cambiamento disperato porteranno a qualcosa, la coach, la psicologa credono di sì devo solo continuare un po’ “un giorno questo periodo nero ti sarà utile e lo capirai” ma dentro il giudice tuona:”devi pagare qualcuno per farti dire cose ovvie? devi pagare qualcuno per parlare perché non hai amici? devi pagare qualcuno perché non sei stata capace di trovare qualcosa? con le finanze che ti ritrovi non è il caso e lo sai” sento mia madre in queste parole e un fortissimo senso di colpa, finché mi rimarranno soldi per farmi aiutare è giusto che li spenda a poco a poco lì, ma sento che il mio corpo assorbe questi tentativi di aiuto, questo esternare bisogno come impregnati di tossine che io stessa preparo.

Pubblicato da Deserthouse

Innamorata della musica della chitarra e della scrittura, ho un blog che aggiorno spesso, amo leggere le cose scritte da altri, qualsiasi cosa possa darmi uno spunto di riflessione, o farmi indugiare in una sensazione. Come tutti sto cercando il mio posto nel mondo sperando che ci sia un climax ascendente nel mio finale.

6 pensieri riguardo “La vergogna del bisogno

  1. non ho compreso se è una situazione personale oppure un racconto di una donna che cerca la sua strada.
    Comunque al di là di questi dubbi, La voce narrante dimentica una cosa fondamentale: il lavoro si trova per amicizia ovvero se qualcuno parla bene di te. Secondo che amici sono se se la squagliano senza aiutare? Tabula rasa va benissimo e non si deve avere paura di rimanere soli. Certo la madre è pragmatica: senza finanze proprie non si va da nessuna parte.

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