Trasloco

trasloco_sconosciuto
immagine da internet

Sono solo 5 notti che dormo nella casa nuova, l’abbiamo scelta dopo solo due visite. Il piccolo giardino per il cane e la possibilità di una camera in più per chissà quali futuri, ci hanno subito convinto. Il trasloco di questi ultimi giorni è stato impegnativo e non è ancora del tutto terminato. La casa la arricchiremo dei nostri viaggi e delle nostre scelte piano piano come si fa con una cosa cara, con cura e lenta ricerca. “Vorrei che fosse un luogo tranquillo, in cui sentirci al sicuro, accolti e protetti, un luogo in cui lasciare le avversità fuori, lontano” ho detto a mio marito. Sono passati pochi mesi dal matrimonio e la parola marito è per me ancora fonte di stranezza, nel senso che ogni volta che la pronuncio la sento risuonare nella stanza. Mi capitava la stessa cosa all’inizio del fidanzamento. Il mio fidanzato, anche allora queste parole risuonavano nella stanza, così inverosimili per me che credevo sarei stata una di quelle donne dedita al lavoro e fondamentalmente sola, così negli anni ho sempre scelto la parola compagno, che la sento più intima e calzante a descrivere il nostro rapporto.

Ho scoperto durante questo trasloco di essermi legata poco alla vecchia casa. Sono una di quelle persone che si lega ai ricordi vissuti in un luogo e avendo avuto la prima esperienza di convivenza in quella casa pensavo che andare via sarebbe stato più triste, invece sto spostando la roba come una ruspa in azione. Ho gettato tante cose e tante altre ce ne saranno, forse è questo fatto in sé che mi fa sentire meglio: liberarmi di zavorre esteriori.

La casa nuova ha dei mobili in legno che provengono dalla casa d’infanzia di mio marito, per lui vederli qui, in un contesto molto diverso, è un mantenere vivo il ricordo delle persone che non ci sono più attraverso le loro cose: “Qualcuno non pranzava in questo tavolo da 7 anni”, “In questo cassetto mia nonna teneva le foto di famiglia e qui mio padre ci metteva le bottiglie di vino”. Mi piace che lui possa risvegliare bei ricordi in una casa che ancora non ne ha.

Vorrei che fosse il meno piena possibile, non solo per evitare di passare giornate intere a pulire ma soprattutto per alleggerire gli spazi. Si dice che anche la casa rispecchi l’umore delle persone che la abitano, avendo parenti affetti da disposofobia, qui lo spazio, il vuoto tra gli elementi, è essenziale. Non voglio tenere più nulla che non uso già al momento, solo perché forse un giorno, che in realtà non verrà mai, potrebbe diventare utile. Se ho capito qualcosa in questi anni tumultuosi di lutti e pazzia parentale è che rimangono solo i rapporti che abbiamo creato negli anni, i vestiti, i vasi, i piatti e le montagne di carte restano lì a prendere polvere finché qualcuno non le butta via o le sposta altrove.

La casa e il trasloco hanno riempito le mie giornate e così ho evitato il pensiero dilaniante del lavoro, “c’è bisogno di fare”, hanno detto gli esperti e così faccio: preparo scatoloni, svuoto cassetti, sposto borse piene poi di nuovo tutto fuori selezionato con cura.  E ringrazio l’ Ikea e ogni vite, ogni brugola per aver impegnato il mio cervello a montare meticolosa, ringrazio il giardino da sistemare, le erbacce da strappare, la polvere da eliminare, ringrazio ogni cosa di questa casa che mi ha riempito di attività. Adesso però che il trasloco è in un punto di stallo perché bisogna aspettare consegne, che la casa è stata pulita, che i mobili sono montati, adesso con tutti gli scatoloni svuotati e altri lasciati in attesa, il peso ritorna. Vorrei tanto tenerlo a distanza, fuori da questa casa, chiuso a doppia mandata nell’altra che ha visto anche scene poco edificanti di bicchieri rotti e tremolii balbettanti, di gocce e notti insonni. Vorrei che qui non arrivasse quell’ansia deleteria. Mi ripeto che andrà tutto bene, che devo godere dei momenti che vivo. Mi sforzo di sorridere e nel frattempo tengo a distanza le più disparate idee che mi sono balzate alla mente, così tanto per fare qualcosa senza però crederci veramente. Una di queste idee balzane però l’ho portata avanti; ho raccolto gli indirizzi le modalità di spedizione dei romanzi a varie case editrici. Non avendo ancora il manoscritto completo è un po’ assurdo portarsi così avanti, ma l’ho fatto per riempirmi di speranza, per dare lo slancio finale a questo progetto alternativo. Non so se finirò mai il romanzo, se lo spedirò e poi tutto il resto che è ancor più un’incognita ma ho un post it con gli indirizzi, sono lì e aspettano. Il pensare a questa possibilità, seppure assolutamente incerta, mi fa stare meglio.

Pubblicato da Deserthouse

Innamorata della musica della chitarra e della scrittura, ho un blog che aggiorno spesso, amo leggere le cose scritte da altri, qualsiasi cosa possa darmi uno spunto di riflessione, o farmi indugiare in una sensazione. Come tutti sto cercando il mio posto nel mondo sperando che ci sia un climax ascendente nel mio finale.

19 pensieri riguardo “Trasloco

  1. Se superi il trauma del trasloco, hai superato la prova massima per un essere umano.
    Tra le mie maledizioni peggiori (secondo me la peggiore) a chi mi ha fatto perdere la pazienza e la Trebisonda c’è l’augurio a fare un trasloco. La casa non ruba, ma nasconde benissimo sia quando la svuoti, sia quando la riempi. Gli scatoloni, poi, secondo me, si riproducono: te li ritrovi tra i piedi per un tempo immemorabile. Come i coriandoli. Ma con meno colore e allegria 😉

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  2. Eppure un trasloco è anche un nuovo inizio, una sorta di viaggio, una (ri)partenza. Stressante, ma serve, come tu dici, anche a svecchiare, ad alleggerirsi, e al tempo stesso a recuperare vecchi ricordi e crearne di nuovi. Non lasciare gli indirizzi e le modalità di spedizione sui post-it, usali, falli vivere, fai vivere la prima delle tue idee, sicuramente, intuisco, la più importante per te.

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  3. traslochi e mobili Ikea sono cose che lasciano il segno, palestre di vita, processi evolutivi della umanità, dovrebbero far parte dei programmi didattici nelle scuole 😉 😀 🙂

    riflessione seria, a volte penso ai nostri nonni, ai nostri avi, gente che nasceva, viveva e moriva di vecchiaia nella stessa casa, forse anche questo dà un senso al termine “radici”, per me è fantascienza ma non sono poi così convinto sia meglio cambiare con una certa frequenza.

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    1. Capisco bene cosa intendi, mi piacerebbe avere radici in qualche luogo magari non necessariamente dove vivo ma sapere che esiste n luogo nel mondo che mi fa sentì come in un abbraccio, dove ritrovare il passato di generazioni che mi accoglie e mi rassicura, ma purtroppo non ce l’ho e questo è un gran peccato. Cambiare fa bene ma non troppo spesso come dici tu.

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