88 tasti pesati

Sto pensando di riprendere a suonare, o meglio di imparare a suonare un nuovo strumento, o meglio di riprendere contatto con quella disciplina che mi ha aiutato da adolescente a vivere bene, ma liberandola da tutte quelle fantasiose aspettative future. Sto pensando che per tornare a 6 corde forse potrei prima passare da 88 tasti pesati, così mi interrogo se alla mia età ha senso spendere 300/400 euro per una tastiera che di pianoforti non se ne parla neppure in fondo sarei più che una principiante, anche se in un lontano passato ho preso pochissime lezioni di piano (volevo anche allora tornare alla chitarra attraverso un altro strumento). A trentadue anni non si hanno più i sogni di fare chissà che e ciò conforta la mia parte che tende alla frustrazione facilmente.

È strano come alcune forze restino lì per sempre, è come se il desiderio smodato di approcciarmi alla musica non sia mai passato. Ho tentato di assopirlo, di reprimere, di scacciarlo, è stato distrutto e martoriato ma rimane sempre lì, vivo e vitale. Qualcosa che mi fa stare bene e respirare, perché come mi ha fatto notare la psicologa io non respiro, mi rimane tutto nella parte alta ed è come strozzato, quando sento un brano ed immagino di suonarlo istintivamente mi si riempono i polmoni e un lungo respiro, pieno, efficace e liberatorio riassesta il mio corpo. Mi sembra di tradire a pensare ad un altro strumento ma ho bisogno di un approccio da lontano, con intermediari.

Vive in me ancora una parte che divampa di aspirazioni e desideri, che vive di ardite convinzioni e crede che tutto sia possibile, ma che se mi attira verso “desideri creativi” allo stesso tempo puerile mi frustra se le cose vanno come spesso succede. Il suo problema è che ci crede. Ci crede troppo. È sicura convinta e piena di passione che quasi schiaccia.

Lei è quella del prima del periodo nero(?), grigio(?). Credo che non si possa usare questa forma per descrivere uno stato depressivo perché non c’è colore, una totale desertificazione senza il calore cocente del giorno e il freddo pungente della notte, un deserto privo di movimenti, spiegazioni, agiti, privo di forma, sostanza e colore, solo l’odore: di stanze chiuse, tapparelle abbassate, lenzuola stropicciate, notti insonni, vestiti consumati, capelli unti. In fondo perché alzarsi dal letto? perché non arriva subito la notte e una nuova insonnia? perché lavarsi, profumarsi e vestirsi?che senso ha?Non ricordo quasi nulla di quei due anni, solo la stanchezza, la pesantezza nel compiere ogni gesto, le lacrime in attesa, la pelle sensibile, una fragilità così estesa da penestrare le ossa e un desiderio costante di nascondersi, sparire fino a non esistere. Ho solo dei frammenti di quel periodo, ricordi brevissimi di sensazioni, se penso che ho passato l’anno dei miei vent’anni così provo amarezza ma ne sono uscita anche se a pezzi, sui gomiti, piegata ma ce l’ho fatta anche se ad anni di distanza ne sento ancora l’odore alle volte del desiderio di cedere.

La lei del dopo è stata razionale ha detto alla lei del prima che le sue cazzate musicali, che i suoi sogni creativi non sarebbero serviti per andare via di casa e diventare indipendenti, per guadagnare dei soldi, la lei del dopo razionale e rigida è stata accompagnata da una nuova lei: un giudice solenne e terribile, alimentato da anni di bullismo scolastico e familiare, alimentato dalle crisi, dallo xanax, dalla brutalità di mia madre e dall’indifferenza di mio padre. Questa lei è dura da gestire, da placare e da ascoltare. Il destino ha voluto che tutte e tre potessimo decidere per l’ingegneria, la prima non trovava nulla di creativo ma si era costruita un nuovo sogno di riscatto  salvando il pianeta o quanto meno facendo qualcosa di utile per l’ambiente, la seconda cercava la praticità e aveva un disperato bisogno di attaccarsi al concreto,  alle regole ferree della fisica della matematica che le dessero “tutti i perché,” la terza aspettava in silenzio guardando le altre due scegliere. Negli anni, come aveva fatto la sognatrice prima, la razionale ha resistito a tutti gli attacchi e ai momenti di sconforto mettendo definitivamente a tacere la prima, zittendola per non perdere tempo e “resistere meglio”, la terza è stata alimentata per bene con tutte le frasi “carine” dei miei familiari unite ai pessimi riscontri nel mondo del lavoro. La sognatrice solo negli ultimi anni è tornata ad alzare la mano, timida, gettando qualche sasso e nascondendo la mano.

Nelle ultime sedute con la psicologa sto dovendo affrontare ognuna di loro, legittimandola, parlando ad un oggetto scelto nella stanza. La sognatrice è un cuscino bianco, morbido che protegge e abbraccia, il giudice è una piccola pianta grassa sul tavolino, la razionale sono io. Sto parlando con loro per fare il mio agito trionfale, tirare su autostima e fiducia, ed è dura perché mi costringono a guardarle negli occhi a guardarmi negli occhi, ad ascoltarle e ridimensionarle.

Adesso che un lavoro ce l’ho sto mettendo in discussione lo stesso tutto quanto, e tutte e tre sono tristi ognuna a modo suo. Certo il più terribile è il giudice che come atto di difesa meschina denigra ciò che la fa soffrire.

Non mi piace il mio lavoro e vorrei davvero (lo vorrei tanto) essere una di quelle persone che si adattano, ma non ci riesco e soffro, sono perfino ingrassata per la frustrazione e questo è un altro motivo di forte fastidio. Ho provato a scrivere su un blog di ingegneri le condizioni per capire se sono io che vivo nel mondo dei sogni o se hanno un minimo di fondamento le mie perplessità. Ci sono stati pareri discordanti, chi dice che mi sfruttano e che non è legale, chi dice che è il tipo di ingegneria praticamente inutile in Italia, chi dice di stringere i denti per fare esperienza (almeno da mettere sul cv) e continuare a cercare, chi dice che pago il mio essere donna perché in fondo ancora l’ingegneria è un campo da uomini e il giudice ci sguazza in questa cose. Pensavo che la frustrazione di non avere un lavoro fosse impossibile da raggiungere ma quella di sentirsi sfruttati senza vedere via di fuga è uguale se non peggiore. Così per cercare di vedere del buono là dove non riesco a vederlo ricomincio ad ascoltare la mia sognatrice che a modo suo mi  ripropone vecchi desideri da adattare al nuovo presente: scrivere un libro, imparare a suonare il piano, riprendere la chitarra, tentare col dottorato, ma lei è troppo da sopportare, crede che io possa fare tutto e che tutto in fondo sia possibile. La razionale cerca di sminuire la pressione e minimizza, “scrivi solo per te, l’editoria purtroppo non è un campo facile e potresti non essere abbastanza brava, devi avere le spalle coperte. Suonare ok ma al giusto prezzo, non guadagni abbastanza per certi strumenti. Stai studiando inglese e stai facendo delle piccole ricerche per il dottorato, ma non illuderti le possibilità sono prossime allo zero, quindi cerca anche altro”. Il giudice sta in silenzio, lancia frecciatine solo nei momenti peggiori; ad esempio quando mi insultano al telefono perché i commerciali non sanno fare il loro lavoro, e allora se la prendono col “tecnico che firma e redige i documenti”, quando leggo blog di dottorandi e ricercatori frustrati, quando mando cv a raffica senza risposta, quando guardo la busta paga, quando sento le risate di un bambino e allora tutte e tre si increspano su loro stesse e il desiderio forte che parte da qualcosa di profondo scavato nel ventre scema sotto il peso dei contratti, dei guadagni, degli orari impossibili, degli aiuti che non ci sono e non ci saranno. Se la chitarra è un argomento tabù perché mi lacera in un modo che non so spiegare ( la psicologa mi ha chiesto di portare la chitarra ad una seduta per parlarci diciamo, ma è ancora presto mi sento troppo fragile e indifesa davanti a lei che è stato il mio Amore, la mia pelle, le mie parole, la mia voce, le mie ossa, le mie vene, il mio scudo) ,così sta diventando il mio desiderio di maternità. Per non provare dolore lo scaccio via come un cattivo pensiero.

La stanza in più che abbiamo nella nuova casa ha le chitarre e le cose del negozio appena chiuso di mio marito, sembra il cimitero dei sogni infranti, eppure non c’è tristezza in quella stanza, forse perché ancora semi vuota aspetta il suo destino. Nei prossimi giorni ci metterò una tastiera per cominciare a riempirla nota dopo nota di suoni, non importa diventare “bravi” e tutte le inutili aspettative. Mi basta tornare a respirare e forse un giorno ci sarà anche altro.

Pubblicato da Deserthouse

Innamorata della musica della chitarra e della scrittura, ho un blog che aggiorno spesso, amo leggere le cose scritte da altri, qualsiasi cosa possa darmi uno spunto di riflessione, o farmi indugiare in una sensazione. Come tutti sto cercando il mio posto nel mondo sperando che ci sia un climax ascendente nel mio finale.

23 pensieri riguardo “88 tasti pesati

  1. Manca la fine del post e c’è un enorme spazio tra il penultimo e l’ultimo paragrafo.
    Dettagli tecnici a parte, c’è un detto: prendi qualcosa che ti piace e fatti pagare per farla.
    Nel mondo reale, purtroppo, molte persone sono senza lavoro oppure svolgono un lavoro che detestano.
    Questo, però, non dovrebbe impedire di dedicare il nostro tempo a delle passioni che ci fanno stare bene, al di là del possibile risultato conseguito.

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    1. grazie mille per la comunicazione ho scritto il post sopra un altro incompleto che dovevo cancellare.
      Mi ricordo ogni giorno che purtroppo non si può fare ciò che si vuole e so perfettamente cosa vuol dire stare senza lavoro avendolo cercato per anni e dovendolo cercare anche adesso in un certo senso, (ho sempre un contratto precario). mi piacerebbe trovare il giusto compromesso e mi chiedo se il compromesso esista davvero anche per le persone normali diciamo e quanto dipenda da noi.

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      1. Forse il compromesso esiste, ma solo per una piccola percentuale della popolazione mondiale, altrimenti non ci sarebbero così tanto odio, rabbia, frustrazione, inadeguatezza, maleducazione, inciviltà e infelicità.
        Forse saremmo anche capaci di trovare vera gioia in posti insospettabili, ma la pressione sociale fa sì che quasi tutto venga vanificato.

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  2. Che tu debba resistere mi sembra scontato, e stupido, da dirti. Quindi vorrei dire che seguire le proprie passioni, può aiutare a sopportare alcuni momenti della vita ed addirittura dare degli obiettivi.
    La musica, se ti fa stare bene, non dovresti accantonarla. E poco importa se non sei brava o sei bravissima ma nessuno ti sente, perché prima di tutto suoni per te stessa (ovviamente con l’esercizio e la passione si migliora sempre). Allo stesso modo puoi scrivere o dipingere o scolpire o qualsiasi altra cosa.
    Se hai paura che una tastiera costi troppo, prova a riavvicinarti ad una chitarra, magari economica se non puoi altrimenti, e quella usata come spunto per prenderti una tastiera!

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    1. Infatti sto cercando qualcosa che mi faccia stare bene, le chitarre le ho ma sono un vecchio amore difficile da gestire e per tornare anche a quelle proverò a passare da altro, mi hanno salvata nel vero senso della parola da giovane e ora il “rapporto “ è un po’ difficile perché sono in debito, è difficile da spiegare per me e difficile da capire dall’esterno. È un suonare per se stessi come dici tu, per resistere meglio, per stare bene ogni tanto.

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      1. Proprio perché è per te stessa, prova a riavvicinarti alla chitarra umilmente, non pretendendo chissà che cosa, solo per sentire il tuo tocco sulle corde, sul manico, per sentire il peso contro il corpo o sulla gamba.
        Piano piano.

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      2. non è facile è legata a troppe cose che ho chiuso seppellito nel mio vaso di Pandora e ogni volta che mi avvicino mi sento tirare indietro, come se camminassi sulla pece che si appiccica e mi sporca ed è uno sforzo enorme perché qualcosa mi tira indietro e soffro come se mi prendessero a morsi perché non ci arrivo e vorrei ma non ci riesco. non so spiegarlo meglio e nn ha senso, ma prima o poi la porta la mia chitarra dalla psicologa e “proverò a parlarci”. grazie per la tua comprensione

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  3. che il lavoro non corrisponda alle tue aspettative è un motivo di frustrazione ma devi ragionare in ottica futura.
    Il fatto di presentare un cv con un lavoro è molto meglio di niente.
    Per la tastiera. Se serve a scaricare la tensione va benissimo e poi non è detto che tu venga ingaggiata da qualche band.

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  4. Ti confesso non ho detto parola per parola ma ho preso il senso profondo del tuo disagio.
    Io suono o meglio suonavo Ed ora lo guardo e lo accarezzo il violoncello e per un certo periodo mi ha dato un senso di Vasto respiro poi mi sono sentita inadeguata nei miglioramenti e ho lasciato perdere.
    Ho avuto anche io il mio bel percorso con l’analista che mia un po’ ridimensionato idee e priorità.

    Io mi sento di consigliarti per respirare e per annullare i pensieri di iniziare a fare pilates e poi yoga.
    Per il lavoro purtroppo devo dirti Stringi i denti perché lavorare oggi è davvero un lusso di pochi.
    sherabbraccicari

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