From the desert

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da Famous Blue Raincoat, una delle prime canzoni imparate a suonare 15 anni fa

Il blog è una piccola isola che conoscono in pochi, pochissimi. Non lo promuovo su fb o altrove, è la mia stanza dove leggere, scrivere, gioire, lamentarmi, dispiacermi.  La mia insegnante d’inglese che è anche una bravissima scrittrice, mi ha detto che c’è tanto potenziale ma anche tanta tristezza, che la protagonista di questi post vorrebbe solo fuggire via. Non è indicato bene da cosa o da chi perché la causa cambia di volta in volta ma rimane forte l’unico desiderio di scappare: da relazioni tossiche, dalla frustrazione del lavoro, da questo paese, ecc. Sembra che la persona che scrive non pone mai dei boundaries necessari, soprattuto nelle relazioni. Lascia sconfinare chiunque. Lascia che tutto la travolga abbassando le difese. Lascia che i bisogni degli altri arrivo sempre prima.

La protagonista non si dà valore, non pensa di meritare “una stanza tutta per sé” per scrivere ad esempio, per suonare, per confinare un po’ il resto del mondo. Per questo nessuna condivisione del blog, perché questo deve rimanere un piccolo segreto, una piccola casa nel deserto, inaccessibile. O forse perché pensa che in quella piccola casa ci sia un deserto da accumulatore seriale troppo difficile da percorrere e non vuole sentire i facili giudizi.

Imporre dei limiti, dei confini, significarsi, legittimarsi, ascoltarsi. Ascoltarsi nelle parole degli altri è disarmante, ci si sente inermi. Mi è successo quando la psicologa mi ha presentata ad un’altra terapeuta perché voleva capire se la tecnica dell’ EMDR faceva al caso mio. È successo ieri con la mia insegnante. Le avevo chiesto di dare un’occhiata al blog e allo stesso tempo le avevo chiesto di non darmi alcun giudizio sapendo che per lo più ci sono parti di sfogo e diario, ma il desiderio di sapere cosa ne pensasse di quelle poche parti narrative o forse ancora più subdolo di vedermi attraverso il suo pensiero, si è fatto avanti e così le ho chiesto di dirmi cosa ne pensasse.

Dovrei fare una distinzione netta tra le parti narrative, che hanno potenziale ma richiedono di lavorarci sopra e le parti da diario, altrimenti queste ultime rischiano di affossare le prime e perdere così risorse, potenzialità. Mi ha detto una cosa che mi ha colpito: “bella la parte che hai descritto, ma è già sentita, puoi fare di meglio, lavoraci”. E nel pantano della protagonista che emergeva, sembrava esserci un po’ di quello che cerco disperatamente: possibilità.

Se per me è un bisogno scrivere, suonare, avere una stanza tutta per me, perché non farlo bene?! perché non dare io stessa una possibilità ai miei bisogni?! Suonare un brano bene solo per se stessi, scrivere un racconto, un romanzo lavorando sulle infinite sfumature della lingua, scavando più i profondità, solo per sapere di esserne capace.

Talento narrativo, dice lei, lavoraci. E aggiungo io: non essere troppo banale, scava.

I matematici e i fisici usano le regole e i teoremi per descrivere la realtà e si pongono come obiettivo quella di descriverla al meglio, formulando equazioni che attingono all’astratto pur di descriverla nel modo più prossimo possibile. Un ingegnere dovrebbe per definizione conoscere gli strumenti matematici, fisici, le regole di astrazione e poi tornare indietro sulla terra e applicarle per risolvere un problema reale guardandolo anche sotto aspetti diversi per non restare semplicemente imbrigliati in criteri di astrazione più grande (o in livelli di aspirazione utopistici). Ho sempre pensato in questo modo l’ingegneria: una forma di Mr. Wolf di Pulp Fiction. Se l’ingegneria risolve i problemi, allora perché non mi concedo di risolvere il mio? O meglio quando finalmente me lo concederò a forza di sentirmelo dire a forza di sentirne il bisogno? Il mio corpo mi sta parlando, con i chili accumulati, che si possono sempre perdere ovviamente ma soprattutto con la schiena che si sta bloccando di nuovo. E non è solo l’ernia il problema è il mio contorcermi su me stessa è il mio non significarmi, non legittimare i miei bisogni é il mio abbassare la testa e tentare di continuare senza ascoltarmi o ascoltandomi poco e solo qui. E sono stanca di post dove mi lamento, dove mi sfogo ma non arrivo a nulla, sono stanca di quella versione di me.

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immagine dal web

E se davvero esiste in entrambe le direzioni un punto all’infinito in cui due rette si incontrano  e se ponessimo per assurdo la nostra felicità massima, più pura, simile all’estasi in questo punto, un punto teorizzato, non dimostrabile nella realtà, perché non lasciare che sia quello il luogo da raggiungere con calma senza pressione, un metro alla volta; credendo che non sia un’infinita distanza ma solo là, più avanti, dove i binari si incrociano.

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immagine dal web
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27 pensieri riguardo “From the desert

    1. È che io rischio di essere troppo spontanea, non è una censura ma una maggiore consapevolezza di ciò che scrivo. E ogni tanto non solo lamentarmi ma anche agire che è la cosa più difficile

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    2. Spontaneità senza tensioni e affanni.

      sherabuonaPrimavera
      ps. per molti la Felicità è irraggiungibile perchè si aspettano marAviglie. Guardare in terra e vedre queste margheritine e poterle accarezzare ‘rubarrle’ in uno scatto, regalartele ora è stato un fremito di felicità

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  1. Mi associo a chi ha commentato prima di me sull’imperativo di un blogger: spontanietà, sincerità, onestà. D’accordo che sia un non-luogo personale in cui sentirsi libero, tanto che il motto della mia webbettola è una frase di Goethe “Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo”, ma chiudersi è un errore piuttosto frequente: un’auto-referenzialismo che fa chiudere il blogger in una torre di bit-avorio. La Rete è condivisione e la condivisione è – come minimo – biunivoca.
    Sul tema di “scavare” e “scrivere” ti posso consigliare il libro “Scrivere” di Anne Lamott

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    1. Grazie per il consiglio sul libro ma io spesso rischio di essere troppo lamentosa e anche se so che questo è un periodo così che mi sento di scrivere questo vorrei davvero riuscire a passare totalmente alla fase del fare per migliorarmi non solo scriverlo in centinaia di post abbandonati nel deserto

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      1. Ti consiglio veramente quel libro proprio per questo. L’autrice ha avuto una vita piuttosto “complicata” e nel raccontare un episodio di vita vissuta cita questa frase del padre:
        ‘Un passo alla volta, figliolo. Un passo alla volta’”
        Forse hai già letto le mie considerazioni su questo libro, ma leggi anche solo la parte della citazione di questo episodio che è – per ammissione dell’autrice – la genesi di questo libro:
        https://redbavon.wordpress.com/2017/03/01/scrivere-un-libro-di-anne-lamott/

        Essere se stessi non vuole dire che devi scrivere tutto sul blog, ma la scrittura è un continuo lavoro di allenamento come per l’atleta, cercando di tirare fuori il meglio e andare oltre i propri limiti. Possibile solo con tanto allenamento e impegno.

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  2. il blog secondo me deve essere un punto d’incontro, di scambio di idee. Se scrivo un racconto è per accendere un contraddittorio, se scrivo dati personali è per confrontarmi con gli altri.

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    1. immagino che sia piacevole e per me vuol dire anche avere tanto coraggio. La verità è che mi piace il fatto che sia così mio e nascosto, mi permette di non dover dare spiegazioni, certo per pubblicizzarsi non è il massimo ma per ora non mi serve proprio

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