E tu perché non l’hai fatto?

Oggi un collega con cui sto collaborando in questi giorni mi ha chiesto: e tu perchè non lo hai fatto? stavamo parlando in generale di università e scelte diverse magari. Così gli ho detto che forse mi sarebbe piaciuto fare ingegneria chimica o magari fisica molecolare o forse cambiando totalmente ambito avrei fatto lingue straniere. Lui ha risposto che avrebbe fatto lo sportivo, è un ragazzo vicino ai trenta, magro, leggermente ricurvo, non troppo alto. Tiene la barba lunga come molti operatori e sono un po’ buffi quando entrano in area con quelle maschere copri barba.

– Mi allenavo per i 10.000 metri, 25 giri, una volta li ho fatti in 37 minuti. Alle olimpiadi sono arrivati sotto i 30′

-Be’ se la metti così, in senso assoluto io avrei voluto fare la musicista

– e tu perchè non lo hai fatto?

Rimango interdetta. Non so cosa rispondere ed è strano perchè ho passato gli ultimi 15 anni della mia vita a dare una giustificazione a questa domanda, una di quelle in cui ci credi davvero. Hai una risposta pronta lineare, perfetta, che ti sei ripetuto così tante volte che è esattamente così, inattaccabile da qualsiasi schema logico, la distribuzione delle parole ormai è la perfetta configurazione da battaglia navale. Ci hai lavorato per anni. Non può fallire. E poi una domanda diretta scopre la prima posizione e via via tutte le altre saltano senza che ci siano possibilità. Lo schema perfetto è un castello di brutti perchè, di scelte necessarie, di “si fa così”, di “non era il caso”, di “non si guadagna”, “come potevo?!”. Lo schema è in realtà più instabile di un castello di carta in un tifone, ma bastava esserne convinti che fosse robusto.

Mi fa questa domanda così a brucia pelo, in un corridoio dalle gradazioni di bianco e grigio, i camici bianchi dei tecnici e di sottofondo il cicalio dei carrelli automatici.

Penso all’unica risposta del cazzo che mi viene in mente, a una ragazzina chiusa sola in un bagno che ha paura e decide che quello non è il momento, si promette che ce ne sarà un altro e senza saperlo firma un contratto di locazione con un male che le farà pagare sangue nei due anni successivi e per il resto della vita chiederà il conto, una piccola quota presenza, una sorta di “pizzo” della mente, che si può solo rinegoziare. Ma queste cose non è il caso di dirle in quel momento, in un lavoro che non sai se farai tra 5 mesi. Così la parte razionale pensa all’unica cosa che potrebbe giustificare, riguarda il guadagno ma tutte le persone che sono stata, tutte quelle che sono e tutte quelle che sarò sanno che è una stronzata, soprattutto dopo gli ultimi periodi che pure con il lavoro (quello “serio”) guadagno da schifo. Taccio e approfitto di un momento in cui passa altra gente per distrarmi, non è più la risposta a lui ma la risposta a me, che cosa mi dicevo? che cosa volevo? che cosa cercavo?  Tutto questo bianco pulito e lineare mi acceca le risposte. Così lui aggiunge:

-il contesto è simile e io mi sono reso conto che se sei normale, non combini niente, devi avere del talento.

Gli rispondo che in campo musicale non è proprio così diretta la proporzione e penso a tutti quei gruppi bravissimi che ascoltano in pochi, pochissimi, non pubblicizzati, nessuna grande etichetta, solo tanto sudore, km di strada per raggiungere buchi di locali sperduti in qualche paesino e la gioia di anche una sola persona che ascolta ciò che hai impiegato mesi a creare, a produrre e arrangiare, lo sbattimento a cercare qualcuno che ti faccia suonare e poi dopo il lavoro partire con gli strumenti, il mixer e qualche amplificatore.  Loro continuano e tu? e tu perchè hai smesso? La consapevolezza con cui afferma di essere normale, non un talento e come lo dice senza tradire nemmeno una minima ruga di rammarico mi sorprende e la invidio.

Eppure la consapevolezza di essere normale non l’ho mai avuta, sfigata per molto tempo, speciale a tratti. Io non potevo accettare di essere normale, avevo un bisogno estremo di essere altro, avevo il bisogno estremo di credere e illudermi che sarei diventata la lei che ora piccola piccola ogni tanto mi chiama. – questa sua componente che credeva e amplificava i sogni l’ha salvata- Mi ripete spesso la psicologa. -Ora deve recuperare trent’anni di vita e sta facendo un ottimo lavoro e anche velocemente.

Trent’anni di vita da recuperare, che non è vero che si recuperano accetti solo piano piano, o forse eviti di pensare e ti proietti al futuro che è l’unica cosa che puoi fare.  Trent’anni cazzo. Chi glielo dice a quella ragazza che non suonerà mai più? Anzi proverà una fitta ogni volta che vedrà la chitarra, la sua e quella degli altri. chi glielo dice che si passerà tutto il suo ventesimo anno di vita in uno stato di sospensione di cui non ricorderà quasi nulla, chi glieli ridarà quei momenti in cui avrebbe dovuto sorridere leggera e invece ha passato a piangere e a sentirsi sbagliata, chi glieli ridà quei momenti in cui avrebbe dovuto sentirsi orgogliosa del risultato raggiunto invece di essere sminuita e denigrata. Cazzo trent’anni da recuperare.

Per fortuna oggi c’è il lavoro così posso rimandare a più tardi la rinegoziazione necessaria.

 

 

 

Pubblicato da Deserthouse

Innamorata della musica della chitarra e della scrittura, ho un blog che aggiorno spesso, amo leggere le cose scritte da altri, qualsiasi cosa possa darmi uno spunto di riflessione, o farmi indugiare in una sensazione. Come tutti sto cercando il mio posto nel mondo sperando che ci sia un climax ascendente nel mio finale.

35 pensieri riguardo “E tu perché non l’hai fatto?

    1. Non lo so più se ci credo, ho evitato di pensarci per anni, mi sono costretta a farlo che dovrei prima fare pace con questo aspetto e per me è estremamente difficile, scelgo la via facile del rifuggire ma come vedi non vado molto lontano come si evince dall’episodio descritto. Una volta fatta pace a cuor leggero potrei pensare se riprovare o semplicemente farlo solo per me

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  1. Non è necessario il plauso altrui per sentirsi realizzati in qualcosa anche e soprattutto quando si è normodotati
    Il 21 luglio compirò il doppio dei tuoi anni e da 10 suono il violoncello abbastanza bene dicono Ma soprattutto mi da serenità e gioia la mia musica.
    Prima era troppo incasinata tra lavoro figlio separazione divorzio e ancora al lavoro lavoro.
    Capisco quanto frustrante sia il contesto in cui voi giovani vi muovete Mari criminale serve a poco e fa male.
    Shera

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  2. pensare a quello che si voleva fare e non si è fatto fa doppiamente male. primo perché si rimpiangono le non scelte – ma come sarebbe stata la vita scegliendo quella strada? Boh! e non è detto che sarebbe meglio – e secondo che si rischia di guardarsi sempre indietro e mai avanti.
    Di scelte ne ho fatte tante e non ne rimpiango una. Non perché sono state tutte felici, semplicemente perché ho scelto.
    Dovevo dare la tesi di laurea, quando la scuola mi ha offerto un posto a tempo determinato che dopo tre anni si sarebbe trasformato in uno di ruolo. Quindi certezze ma ho preferito scegliere un percorso diverso e tutto da scoprire. Rimpianti? zero.
    Quindi rimpiangere di essere una musicista mancata fa sorridere. Vuol dire che non era forte lo stimolo.

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    1. La voglia di farlo ti assicuro che c’era tantissima, ho pure provato credendoci tanto impegnandomi, ma quando avrei dovuto passare alla fase molto più concreta, non ne ho avuto la forza, ho avuto paura di fallire e ammorbata ormai dalla depressione ho seguito quel pensiero. Anche per fare le cose che ci piacciono bisogna stare bene con se stessi. Poi una volta uscita dal periodo buio ho creduto che fosse meglio rigettare in fondo là dove non potevo vedere quello che mi aveva fatto sopravvivere per molti anni ma che mi aveva portata a un grande rimpianto. È una ferita guarita male o forse mai guarita.

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      1. se non ci credi è difficile perseguire l’obiettivo. Vengono mille dubbi e si vedono difficoltà di ogni genere.
        Però adesso non devi rimpiangere nulla. Hai fatto una scelta e segui la strada che credi sia la migliore e senza rimpianti.
        Altrimenti rischi di are la scelta sbagliata.
        Come ho scritto tra una certezza ho scelto quella che mi dava meno certezze, lasciando alle spalle tutto e andando a Milano. Ho creduto e non mi pentirò mai della scelta fatta.

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      2. certi giorni è un rimpianto altri no solo consapevolezza che probabilmente doveva andare così e va bene così. Non mi pento delle scelte, ho scelto le cose che credevo fossero migliori in quel momento, penso solo che dopo quel momento forse ho smesso di crederci ed è strano per me accettare questo fatto anche se è del tutto normale cambiare anche in funzione di ciò che ci accade

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  3. No, non capisco questa cosa del non accettare di essere “normali”. Non è una pulsione naturale, ma è esogena: imposta dalla società. Posso accettare che sia naturale sentirsi “speciali” da parte di chi si ama o ci è caro. Ma ancora di più la “normalità” non detrae nulla, anzi è la cartina di tornasole di chi ti ama nel bene e nel male, con i propri pregi e difetti.
    Sono d’accordo con Newhitebear, rimpiangere è un male, è un imprigionasti in una gabbia del passato che nessuno ti restituisce e che non recupererai mai. Perdona la sincerità e non vorrei suonarti duro (e mai cinico, ma mi dovresti ormai “conoscere”) l’ammettere un rimpianto è un fottuto, fottutissimo alibi.
    Non faccio sconti proprio perché tu devi essere più forte a causa delle tue “vicissitudini”, il medico pietoso fa danni. Perché non l’hai fatto? E sai quante volte me lo hanno detto? E sai che gli rispondo: ho fatto delle scelte, sbagliate, affrettate, impulsive, prudenti, troppo conservative e aggiungi a tuo piacere. Ho fatto delle scelte e oggi sono questo qui. Prendere o lasciare, io devo “prendermi” per forza. Non ti sto dicendo “vai, fallo ora, hai tutto il tempo davanti” (che poi è vero finché sei giovane, più in là ti rode che non hai il tempo di fare tutto).
    Non è facile conciliarsi con la Vita, ma io mi guardo allo specchio e finché riesco a guardarmi e non sputare in faccia al mio riflesso, sono senza rimpianti e vado avanti.
    Un abbraccio

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    1. Non accettavo di essere “normale” perchè avevo il bisogno estremo di non essere come “loro” che mi vessavano a casa nella mia famiglia e a scuola per bullsimo. Nessuna spavalderia, anzi, era più un bisogno di tentare di tenere in piedi una fragilissima personalità che ha rischiato di non esserci più. Credere che da grande avreri fatto la musicista e mi avrebbe salvato da tutto e tutti e finalmente qualcuno mi avrebbe capita e vista mi ha fisicamente salvato da quel periodo. Acettare dopo che in realtà non è tutto così rigido come lo vedevi da adolescente (e per fortuna), anche ricredersi sulle persone, o semplicemente tentare di perdonarle non è stato facile ma sicuramente più facile di perdonare se stessi, che anche questa è una paraculata se vuoi, come l’accettare i rimpianti per non dirsi chiaramente è andata così e va bene così. A giorni alterni ci riesco, mi dico davvero convinta va bene così, hai fatto le uniche scelte che potevi in taluni casi e in altri le scelte migliori, in altri mi chiedo che fine ha fatto quella parte di me che ci ha creduto tanto, è possibile che l’abbia inghiottita solo il tempo? o forse non c’ho creduto più ma non riesco per ora ad accettarlo del tutto

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      1. Rimangono sedimenti di “se” e “ma”, è naturale, ma bisogna imparare a conviverci e non rimanerci “impalati”. Tutto il resto va avanti, il tempo scorre – sembra una banalità – e non c’è modo di “recuperare”. Quindi, è appena passata una tempesta, spiega le vele, vento in poppa, tanto ci sarà un’altra tempesta. Ma noi si lotta per galleggiare, ma ciò che è più importante a veleggiare.

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  4. Ti capisco benissimo. All’epoca la paura di fallire mi bloccò, mi rifiutai di andare avanti, terrorizzata al pensiero di vivere in diretta un fallimento e dopo aver superato 19 esami su 24, ad un passo da una laurea difficile, mi fermai. Non credetti in me stessa e di meritarlo e scappai dai miei doveri e dalla mia coscienza; ci ho sofferto per anni e vissuto nei rimorsi, nei rimpianti, nei ‘se’, nei ‘ma’. A distanza di tanti anni, ho fatto pace con me stessa. Malgrado tutto credo non fosse la strada giusta per me se mi faceva sentire così fuori luogo e ho scoperto ( tardi) cosa mi piace fare, ma alla fine tardi per chi? Ho deluso tante persone, ma nessuno più di me stessa. Oggi so che quelle capacità, quel talento sono ancora dentro di me. La vita ti può provare, schiaffeggiare, ma tu resti tu, magari in una forma diversa. Dopo i 45 anni ho cambiato nazione con la mia famiglia e ricominciato da zero. Questo per dirti che sei sempre in tempo per cambiare, sperimentare, aggiungere qualcosa di nuovo o riprendere qualcosa che hai interrotto nella tua vita. Ti auguro di riuscire a trovare presto la tua serenità.

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  5. Aver potuto fare una cosa e non si è fatta lascia un amaro in bocca incredibile, difficilmente si toglie. Devi vedere tu se sei in grado di voler andare avanti così o di volerci provare almeno un’altra volta nella tua vita. Prova almeno ci hai ritentato. Ma solo se sei pronta. Buona serata❤️

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