A volte per andare avanti bisogna tornare indietro

A volte per andare avanti bisogna tornare indietro. è la prima frase che scritto in una racconto pubblicato in un’antologia. Sono passati anni da allora, la scrittura è diventata sempre meno di racconto e più di sfogo personale, ma oggi questa frase la sento particolarmente.

Ho lasciato il lavoro dopo solo un giorno, dopo aver passato 8 ore a leggere una normativa sull’iperammortamento, la nausea, la candida e una crisi di nervi colossale contornata da urla, graffi e dolore, un dolore rabbioso furente, una sensazione di rabbia viscerale, che partiva da dentro un punto così profondo che sa smuovere come un’onda sismica di elevata magnitudo anche le parti più calme, i piccoli boschi, i ricordi piacevoli, le colline dove ho trovato l’amore, la pianura dei fossi dove ho resistito per anni. Un urto implacabile che fa paura, dall’esterno chiunque mi avrebbe rinchiuso da qualche parte ma i manicomi non esistono più.

“Io non ti riconosco”, “questo non è il principio di qualcosa ma il risultato di qualcosa”, “cambia psicologa perchè probabilmente non ti ha aiutato a curare i tuoi disagi”, “sono rimasta sorpresa hai resistito un anno in … e non ti sei data più di un giorno lì”, “da amica so che tu hai sofferto in passato e hai la tendenza, è meglio che prendi qualcosa per un po’, per riequilibrare almeno”

Non ho saputo sopportare lo stress dell’inizio e lo stress che ci sarebbe stato, ho sentito chiaro dentro di me un rifiuto verso quel luogo, solo nausea, piegata per otto ore su una normativa sull’iperammortamento, mentre ingegneri raffazzonavano intorno a me analisi tecniche per far sì che aziende più o meno piccole potessero ammortare macchinari nelle dichiarazioni dei redditi.

E questa è ingegneria? la domanda che mi chiedevo mentre il mio capo mi mostrava le zone degli uffici “qui c’è l’iperammortamento, qui il credito d’imposta”. “Leggi e poi quando hai finito rileggi daccapo”, e questa è formazione?

foto dal web

C’è stato un tempo in cui avrei potuto studiare tutto, leggere tutto, imparare più o meno bene tutto, alcune cose le avrei fatte meglio altre peggio ma non sarebbe stato un problema leggere per 8 ore una normativa. Mercoledì scorso sì. Sono venuti fuori gli insulti presi durante gli esami, gli insulti e le continue denigrazioni di mia madre, tutti i feedback negativi “grazie per esserti candidato ma l’azienda ha scelto un altro”, sono venute fuori le domande del colloquio che mi avevano infastidito e portato a sperare che non mi prendessero ” lei è timida ce la fa a telefonare ai clienti?” “lei è demotivata” “ma perchè ha scelto di fare l’ingegnere? cosa c’entra con le sue passioni?” in quel momento con la testa bassa, ho desiderato poter essere più attiva di così, ho pensato che la parte che amavo di più del vecchio mal pagato e denigrante lavoro era quando potevo girare per l’impianto, quando potevo chiedere sul funzionamento, quando potevo parlare con gli operatori, quando non dovevo stare ferma in un punto piegata. Ho pensato a quante ore di ripetizioni ci sarebbero volute per compensare quello stipendio. Ho pensato che non volevo tornarci il giorno dopo a rileggere per altre 8 ore ferma la normativa, ho pensato che non avevo voglia di sentirmi trattata male da clienti perchè il documento era stato redatto male a causa del lavoro mal fatto di altri, ho pensato al peggio delle due esperienze precedenti e l’ho unito in quell’azienda. Mi sono sentita fuori posto, fuori luogo, e approfittando della fortuna che ho mi sono detta che avrei cercato altro, che per un contratto di qualche mese potevo anche privarmi ancora per un po’. Non potevo sopportare lo stress, il disallineamento che ho in questo momento e lo stress che mi avrebbe portato sul lavoro.

Non sto bene è un dato di fatto perchè le persone resistono danno possibilità si adattano si piegano e io invece sono scappata ascoltando il mio corpo che mi implorava di non dargli altri carichi, stanco sopraffatto dal peso di questi mesi senza lavoro, in totale conflitto con mio marito e senza il minimo amore per me stessa, stanco di buttare la mia testa in cose che ora non riesce a gestire, perchè per fare un lavoro che non ti piace devi avere a casa, con la propria famiglia, con sé stessi una situazione di pace che garantisca di tenere fuori dalla porta le discussioni, i drammi, che garantisca conforto, ascolto, comprensione, o quanto meno nessun giudizio vero o presunto. Dopo aver lottato dentro e fuori casa per un anno, dopo aver passato tre mesi in totale delirio da “devo fare qualsiasi cosa” era ovvio che finisse così.

La notte prima di presentare le dimissioni dopo la crisi di nervi dopo essermi graffiata, dopo il pianto crudele e velenoso con non so quale spirito di conservazione, follia, o semplicemente una lucidità mai avuta mi sono alzata presto e sono andata a consegnare le dimissioni. Dopo 4 mesi di ricerca di un lavoro, mi sono dimessa subito, c’è voluta forza anche nella paura, anche nell’errore per i più ma non riesco a pentirmi, non riesco a sentirmi in colpa, non riesco a non pensare che ho fatto la cosa giusta. Non ho la forza sostenere altro stress o forse sono solo una paracula che ha avuto paura ma non mi sembra neppure questa la spiegazione, e se fosse solo che mi sono stancata di difendere scelte? di validarmi attraverso un lavoro? di inseguire cause perse?

“il lavoro è un mezzo ma tu lo vedi come un fine”, mi ha detto un amico, e ha ragione un fine perchè sono essenzialmente e pragmaticamente vuota al momento, non un vuoto denso e compatto ma malleabile ed elastico ancora reversibile (?) o forse sono arrivata già al mio personalissimo punto di rottura. Non si torna più indietro si possono usare i pezzi per altro o scartarli; la sollecitazione è stata troppo grande, ma non credo che le persone funzionino del tutto così, credo che in qualche modo ci possa essere una forma di reversibilità, o meglio credo che esistano per ognuno di noi infiniti punti di rottura ma a differenza dei materiali noi possiamo andare ancora avanti e rigenerarci riciclandoci in altro, un altro/un’altra persona pronta per un nuovo test di sollecitazione.

Un tornare indietro per eliminare o abbassare l’entità dello sforzo e forse è questo quello che ho fatto.

Pubblicato da Deserthouse

Innamorata della musica della chitarra e della scrittura, ho un blog che aggiorno spesso, amo leggere le cose scritte da altri, qualsiasi cosa possa darmi uno spunto di riflessione, o farmi indugiare in una sensazione. Come tutti sto cercando il mio posto nel mondo sperando che ci sia un climax ascendente nel mio finale.

23 pensieri riguardo “A volte per andare avanti bisogna tornare indietro

      1. Forse(forse) è un problema questo… visto che poi non riesci a fare il lavoro che c’è o che trovi. Tu sei perfettamente in grado di fare tutto quello che vuoi. Secondo me è importante che lo ricordi. Quello che vuoi, però. Non quello che c’è. Sei un ingegnere e vuoi fare la fioraia? Why not? (Lo so che a parole è facile. Ma lo è anche a fatti, a volte…)

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  1. Istintivamente hai fatto bene, anzi benissimo, perché hai spezzato(temporanemanete) le catene. E anche razionalmente dico che hai fatto bene. E se non hai l’acqua alla gola per il sostentamente quotidiano e mensile hai fatto la cosa più giusta che bisognava fare. Se non sei pressata e oppressa da scadenze economiche hai fatto quel più che bene. Quando avrai smaltita e fatto decantare la rabbia, al di là del sostegno della psicologa, sarà il momento di verificare i “tuoi” tempi. I meccanismi dell’economia sono nudi e crudi(e spietati e spietati lo diventano gli altri e anche individualmente “anche” o solo per farsi accettare e far parte del sistema) e se hai qualche dubbio o stanchezza di una vita che si/ci trascina più che pensare e meditare percé quelli vengono durante tutta la giornata vivi ciò che ti fa sta meglio con te stessa. La goccia, ma non a caso, sono state il contenuto di quelle otto ore in cui dovevi leggere regole e normative e in questo momento per te sono proprio queste ultime che ti incarcerano ancor più, buttando via le chiavi.

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  2. Scusa ma non ti capisco. Mi sembri che tu abbia le idee confuse. Se il lavoro non ti andava, dovevi rinunciare ancor prima di accettare, visto che speravi che non ti prendessero.
    Sono ingegnere, ma quando cercavo lavoro scartavo subito quello che sapevo a priori non mi sarebbe piaciuto. In altre parole puntavo a qualcosa che mi piaceva. Anche dopo, entrato nel mercato del lavoro, ho scartato molte proposte, perché non ne ero convinto. E’ vero che erano altri tempi e si poteva scegliere ma credo che questo sia possibile anche oggi.

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