parole parole parole

Questo scritto vorrei che fosse una lettera per te che hai a disposizione tutto lo spazio e tutti i pretesti.

Amore mio, ti scrivo come se tu potessi capirmi, vedermi, ascoltarmi. Come se avessimo passato insieme i primi anni e ora avessi un’età più vicina alla mia. L’età in cui mi avresti perdonato per gli errori e avresti imparato che non posso salvarti e proteggerti da tutto e non so tutto. Non so proprio niente. L’età in cui avresti imparato che la mamma è prima una donna con i suoi difetti e il suo carattere e la sua storia. Amore mio, la mamma non sta bene. Passa i giorni ad alternare pianto a sorrisi. Sta facendo il lavoro che ti aveva promesso. Ci sta provando, si alza, fa 50 km andata e ritorno e poi distrutta si addormenta sul divano per poi alzarsi e andare a letto e ripiombare in un sonno che non sazia mai. Dormo ma non mi riposo. Le mascherine però contengono così tante lacrime! Non insegno niente. Riparo i pc. Ho usato il mio diploma, la laurea l’ho messa in un cassetto, forse un giorno la tirerò fuori ma per ora è solo un pezzo di carta che attesta un periodo della mia vita. Riparo i pc. Non lo avrei mai immaginato. Li sposto, li apro e provo a sistemare, resettare, aggiornare. Faccio ricorso a conoscenze di più di dieci anni fa. E mi sento spesso in un limbo tra la me che ha studiato certe cose e la me di ora. Nel mezzo cosa ci sia stato non ne sono più sicura. Dopo quello che è successo, non sono più la stessa. Avevo certezze per negazione. Un vivere maldestro, ostentavo la certezza del non volere. Adesso mi lascio accadere le cose. Sono così ferita che non mi può colpire più nulla o forse mi tocca tutto. Non so spiegartelo bene. Credevo che avrei avuto paura ad entrare in una scuola, anzi avevo paura. La ragazza di allora bullizzata si riaffacciava in me e non riuscivo a domarla, a contenerla a tranquillizzarla che la donna ora avrebbe saputo affrontare anche questa. Poi sei arrivato tu e ho dovuto lasciarti e mi hai spostata su un piano diverso. Te lo avevo promesso che ci avrei provato, che avrei affrontato la mia idiosincrasia e così è stato. Gestisco i pc di tre scuole, supporto a qualsiasi domanda, spesso non so a priori cosa dovrò fare ma ci provo e credo che l’ingegnere (o la me vera) venga fuori lì: improvviso cercando di risolvere, perché una soluzione si trova. Perché è ciò che ho sempre provato a fare.

A scuola l’informatica, il coding mi metteva soggezione, ero brava ma mi sentivo inadatta. Avevo sciocche velleità artistiche. Ora apro i pc e li rimetto in sesto. La logica binaria mi tranquillizza. Sostituisco i pezzi, li tratto con rispetto. Amore mio vorrei che tra quelle memorie volatili e quegli HD ci fosse pure il pezzo del tuo cuore incompleto. Non ho saputo proteggerti e non so gestire questo senso di colpa che mi schiaccia. Vivo trascinandomi nel mondo perennemente in attesa che un giorno improvvisamente non facciano più male i pancioni, i passeggini, i bambini piccoli, i ciucci, le pubblicità con le anomalie genetiche.

La mamma sta facendo del suo meglio. Resiste. Sono arrivata alla settima psicologa, ormai non ci credo più ma mi sforzo. Quest’ultima mi ha dato un compito: scrivere ogni volta che il dolore mi distrugge, lasciare andare la disperazione su un foglio proprio quando vorrei scacciarla via. Non rileggere nulla e non fare caso alla qualità dello scritto. Ci provo, ma contenere la forza della piena non è facile, so prevederla definirne le equazioni, impostare il calcolo ma quando arriva l’acqua inonda tutto. Così il dolore riempie la testa, le spalle, le ginocchia, i piedi, le dita. Tutto è sommerso e devo aspettare che defluisca.

Foto di Madeline Bassinder da Pexels



Hai creato solchi.

Pubblicato da Deserthouse

Innamorata della musica della chitarra e della scrittura, ho un blog che aggiorno spesso, amo leggere le cose scritte da altri, qualsiasi cosa possa darmi uno spunto di riflessione, o farmi indugiare in una sensazione. Come tutti sto cercando il mio posto nel mondo sperando che ci sia un climax ascendente nel mio finale.

10 pensieri riguardo “parole parole parole

  1. Sai, ero al mio primo incarico di lavoro e con me c’era una donna, che mi insegnava i trucchi del mestiere. Molto anziana rispetto a me, piccola, gracile, strana. A guardarla mi sembrava un grumo di dolore a giorni scodinzolante e a giorni ululante. Un giorno sbottò di colpo dicendomi “sai prima di mia figlia avevo un altro bambino e me l’hanno fatto partorire morto. È stato un parto vero e proprio e non mi sono più ripresa. Scusami quindi se a volte sono così arrabbiata, tu sei mamma come me, capisci il dolore?”. Io la guardai sgomenta e frastornata da sta cosa che mi disse di punto in bianco, in un normalissimo momento della giornata, senza che mai avessimo minimamente parlato delle nostre vite private. Comprendo marginalmente questo tipo il dolore, a dire il vero non voglio nemmeno provare a capirlo perché mi fa paura. Preferisco esorcizzarli certi pensieri, perché se ci penso poi temo che possano diventare realtà…e quindi resto impostata sul pensiero positivo, sulle buone vibrazioni. Ricordo che quando rimasi incinta tutti mi rompevano i coglioni dicendomi “eh fai attenzione, la prima gravidanza è sempre quella più a rischio” e io pensavo di essere circonda da una marea di teste di cazzo e mandai letteralmente tutti a fanculo, mi rifiutai pure di fare il corso preparto. Quindi posso solo darti un mio consiglio (sicuramente del cazzo e scontato): coi tuoi tempi, riprendi possesso del tuo corpo, di te stessa, della tua vita. Concediti una seconda possibilità.

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