parole parole parole

Questo scritto vorrei che fosse una lettera per te che hai a disposizione tutto lo spazio e tutti i pretesti.

Amore mio, ti scrivo come se tu potessi capirmi, vedermi, ascoltarmi. Come se avessimo passato insieme i primi anni e ora avessi un’età più vicina alla mia. L’età in cui mi avresti perdonato per gli errori e avresti imparato che non posso salvarti e proteggerti da tutto e non so tutto. Non so proprio niente. L’età in cui avresti imparato che la mamma è prima una donna con i suoi difetti e il suo carattere e la sua storia. Amore mio, la mamma non sta bene. Passa i giorni ad alternare pianto a sorrisi. Sta facendo il lavoro che ti aveva promesso. Ci sta provando, si alza, fa 50 km andata e ritorno e poi distrutta si addormenta sul divano per poi alzarsi e andare a letto e ripiombare in un sonno che non sazia mai. Dormo ma non mi riposo. Le mascherine però contengono così tante lacrime! Non insegno niente. Riparo i pc. Ho usato il mio diploma, la laurea l’ho messa in un cassetto, forse un giorno la tirerò fuori ma per ora è solo un pezzo di carta che attesta un periodo della mia vita. Riparo i pc. Non lo avrei mai immaginato. Li sposto, li apro e provo a sistemare, resettare, aggiornare. Faccio ricorso a conoscenze di più di dieci anni fa. E mi sento spesso in un limbo tra la me che ha studiato certe cose e la me di ora. Nel mezzo cosa ci sia stato non ne sono più sicura. Dopo quello che è successo, non sono più la stessa. Avevo certezze per negazione. Un vivere maldestro, ostentavo la certezza del non volere. Adesso mi lascio accadere le cose. Sono così ferita che non mi può colpire più nulla o forse mi tocca tutto. Non so spiegartelo bene. Credevo che avrei avuto paura ad entrare in una scuola, anzi avevo paura. La ragazza di allora bullizzata si riaffacciava in me e non riuscivo a domarla, a contenerla a tranquillizzarla che la donna ora avrebbe saputo affrontare anche questa. Poi sei arrivato tu e ho dovuto lasciarti e mi hai spostata su un piano diverso. Te lo avevo promesso che ci avrei provato, che avrei affrontato la mia idiosincrasia e così è stato. Gestisco i pc di tre scuole, supporto a qualsiasi domanda, spesso non so a priori cosa dovrò fare ma ci provo e credo che l’ingegnere (o la me vera) venga fuori lì: improvviso cercando di risolvere, perché una soluzione si trova. Perché è ciò che ho sempre provato a fare.

A scuola l’informatica, il coding mi metteva soggezione, ero brava ma mi sentivo inadatta. Avevo sciocche velleità artistiche. Ora apro i pc e li rimetto in sesto. La logica binaria mi tranquillizza. Sostituisco i pezzi, li tratto con rispetto. Amore mio vorrei che tra quelle memorie volatili e quegli HD ci fosse pure il pezzo del tuo cuore incompleto. Non ho saputo proteggerti e non so gestire questo senso di colpa che mi schiaccia. Vivo trascinandomi nel mondo perennemente in attesa che un giorno improvvisamente non facciano più male i pancioni, i passeggini, i bambini piccoli, i ciucci, le pubblicità con le anomalie genetiche.

La mamma sta facendo del suo meglio. Resiste. Sono arrivata alla settima psicologa, ormai non ci credo più ma mi sforzo. Quest’ultima mi ha dato un compito: scrivere ogni volta che il dolore mi distrugge, lasciare andare la disperazione su un foglio proprio quando vorrei scacciarla via. Non rileggere nulla e non fare caso alla qualità dello scritto. Ci provo, ma contenere la forza della piena non è facile, so prevederla definirne le equazioni, impostare il calcolo ma quando arriva l’acqua inonda tutto. Così il dolore riempie la testa, le spalle, le ginocchia, i piedi, le dita. Tutto è sommerso e devo aspettare che defluisca.

Foto di Madeline Bassinder da Pexels



Hai creato solchi.

A case of you

Io non ho nomi. Non ho nessuno che mi chiami mamma. Non ho voci, ricordi, mani che mi cercano, pianti, sorrisi, capricci, disagi, litigi, urla, risate, richieste. Non ho abbracci, rimproveri. Non ho niente. Solo una ricostruzione di un futuro che non esisterà mai prodotta dalla mia testa e il ricordo di un corpicino tenero violaceo che sembra dormire. Poco più grande di una mano, la pelle liscia ma semi gommosa non del tutto temprata dal tempo. Rannicchiato in posizione fetale con gli occhi chiusi, le mani a pugni e un piccolo fazzoletto a proteggere un cranio fragilissimo. Non so neppure di che colore sono i tuoi occhi, con che sguardi mi avresti guardato. Io non ho niente.

Hai 1 anno ti alzi in piedi verso di me, cammini e io ti dico “bravo vieni dalla mamma” 

Hai 7 anni e vai a scuola e sei curioso, mi riempi di domande

Hai 16 anni ti illudi che non abbia vissuto i tuoi timori, mi detesti ma mi ami. Non posso capirti e in parte è così. Non ho più tutte le risposte 

Hai 21 anni non sai bene che farai del tuo futuro. Hai tante idee in testa e inizi a sentire forte il desiderio di creare una vita solo tua. Sei innamorato e vuoi che duri 

Hai 27 anni fai tanti viaggi. Ti dimentichi di chiamarmi e trovi un lavoro lontano da casa ma sai che io sono qui

Hai 35 anni mi metti in braccio il tuo primo genito, odora di latte e ha i tuoi occhi 

Hai 42 anni e ora chiami più tu me di quanto non lo faccia io

Hai 49 anni e io immagino ancora freddi che non ci saranno mai abbastanza sciarpe a scaldarti il collo

Hai 55 anni e sono stata fortunata a goderti per tanto tempo ma tu hai paura e ti senti bambino ora a cercare la mia mano.

Se saremo fortunati ci rincontreremo da un’altra parte.

Addio amore mio

Scrivere questo post è una delle esperienze più difficili della mia vita, ma oggi è una settimana e bisogna andare avanti. O quanto meno provarci. Mi accorgo solo adesso che non ho tante parole e ciò che vorrei e potrei dire è soffocato dal dolore fisico e mentale.

Ho fatto un’interruzione terapeutica di gravidanza. Scriverlo è strano, non ci credo ancora, è passata una settimana, eppure una parte di me non ci crede.

Ho dovuto farlo. Un atto d’amore.

Lunedì 26 ottobre ci hanno dato brutte notizie. Una parte del cuore non si è formata. Hanno prenotato subito un’ ecocardio fetale e la settimana fino al 2 novembre è stata lenta e delirante. Mi hanno detto da subito che se volevo interrompere ne avevo facoltà ma di aspettare il referto del cardiologo fetale.

Il 2 novembre in corridoi vuoti ho atteso l’ultima visita. Poi un lettino in uno stanzino spoglio, il gel freddo sulla pancia e 4 persone a fissare un monitor. Il referto con annesso consulto subito dopo nella stanza di fronte, su sedie di legno come quelle delle scuole superiori vecchie e senza braccioli.

Ricorderò per il resto della mia vita la cardiologa che fa un disegno di come funziona un cuore normale e poi dice che il tuo non funzionerà mai così. Ci sono tre tipi di cardiopatie, la tua è grave. Finché sei dentro di me sei vivo dopo sarà diverso. Non piango. Lo so. Lo so da un po’, dall’ultima passeggiata insieme, lo so perchè volevo vedere il mare e farti sentire l’odore attraverso di me, lo so perchè ho avuto paura per mesi. La sofferenza sarà solo mia, me ne faccio carico io. Tu non devi soffrire.

Mi hanno dato la prima dose martedì 3 novembre in un corridoio dopo aver aspettato quasi 6 ore, un prelievo e il tampone. Ho fissato la pillola per qualche istante, vicino a me un gruppo di infermieri chiacchierava. Ho pensato:”adesso inizia la fine”. Poco più in là un papà portava a fare un giretto nel corridoio una neonata. Ho pianto mentre attendevo in uno stanzino che la pillola non mi provocasse reazioni allergiche, con in sottofondo il pianto di altri neonati presenti nel reparto.

Sei stato con me due giorni, in cui ancora ti sentivo muoverti dentro la mia pancia e poi un travaglio doloroso di 12 ore. Non sapevo come respirare, è la mia prima gravidanza, non sapevo facesse tanto male. Mi hanno riempito di farmaci ogni tre ore per indurmi il parto, ma il mio corpo resisteva. Mi hanno lasciata sola con le mie contrazioni che non mi dilatavano mai abbastanza. Almeno ero in una stanza da sola ma soffrivo e mi dimenavo e la morfina non bastava e il tubicino della flebo si chiudeva. Le ultime 5 ore avevo contrazioni ogni minuto e tutte le volte che passava qualcuno chiedevo se fossimo vicini alla fine. Ho pregato un’ostetrica di togliermelo, non ne potevo più. “Ti prego aiutami. Fa tanto male”.

Sei nato alle 22 come me, ma tu eri senza vita. Per fortuna ho avuto due ostetriche l’ultima ora che sono rimaste con me a tenermi la mano e a dirmi come respirare per resistere al dolore delle contrazioni. Le ho ringraziate tanto. So che sono momenti di pressione per il personale sanitario, sono stata fortunata ad avere loro.

Ho chiesto di vederti. Mi hanno portato degli opuscoli di un’associazione di genitori che hanno subito la stessa pena e poi piccolo ti hanno portato da me. Ci hanno lasciato da soli e ho potuto guardarti e sfiorarti. Ti ho parlato ma quelle parole sono solo per te. Ti ho baciato e coccolato e sei rimasto con me tutta la notte. Ti ho tenuto sul mio petto e non ho dormito. Il tuo corpicino non pesava nulla, ma eri perfetto. Alle 6:12 sono venuti a prenderti, ti ho dato due baci e ti ho lasciato alle mani di un’infermiera. Qualche ora dopo mi hanno dimessa e sono andata a casa.

Il primo giorno è stato terribile, ho pianto 4 o 5 volte, non sapevo come resistere, come sopravvivere. Mi hanno chiamato dal consultorio, un’infermiera sotto pressione dell’ostetrica mi ha organizzato un appuntamento con una psicologa per venerdì 13, sembra un vecchio film dell’orrore.

Ho tagliato i capelli e li ho fatti scuri. Un’amica mi ha invitato a casa sua a fare dei tortellini per distrarmi. Ho detto a chi non lo sapeva ciò che era successo, stando sul vago perchè il senso di colpa e di impotenza è forte. So che avrei imparato prima o poi che non potevo proteggerti da tutto ma così no. Ho scoperto che succede molto più di quanto si creda ma non se ne parla e lo capisco bene. Ho amiche che mi cercano e sono fortunata, la mia famiglia si è rivelata quella che è anche in questa occasione ma ho trovato all’esterno, nel mio compagno e nel mio cane la forza per continuare.

Certi giorni il dolore è così dolce che verrebbe facile accoccolarsi tra le braccia dell’autocommiserazione e inebriarsi di rabbia e disperazione. Ho bevuto un po’ ma non è servito, anzi mi ha provocato ancora più tristezza. Resisto mezza giornata alla volta. Fanno male tantissime piccole cose, i ciucci in farmacia. I passeggini per strada, una bambina che corre felice verso il suo papà, i post su Facebook con i bambini e i loro compleanni, la pubblicità del latte in polvere, gli altri pancioni, la voce del mio nipotino al telefono, ma resisto.

Impossibile per me dimenticarti a prescindere se avrò o meno altri figli, tu sarai sempre il mio primo bambino. Imparerò a convivere con questo dolore e spero solo di poterti rivedere un giorno amore mio.

Tu

Sono accadute così tante cose da quando ho scritto qui l’ultima volta. così tanta paura, ansia e pianto. Ho scoperto che mio figlio è un maschio, che non bisogna affidarsi troppo alla statistica dei test, che di aghi ne sto vedendo tanti ma uno come quello per la villocentesi mai, che so essere meno narcisista di quello che credevo, che non è il periodo più felice della mia vita ma uno dei più stressanti anche per il resto dei test che rimangono da fare, che ci sono forme di dolore per qualcuno altro da me e dentro di me che fanno un male atroce, più di quanto abbia conosciuto finora.

La notte non dormo bene. Sono i sintomi tipici. Penso agli altri test e sono circondata da articoli su aborti terapeutici e io che non credo al destino e cerco di evitare la scaramanzia mi sento circondata da queste forme cupe di realtà alternative.

Il corpo cambia e non è più solo mio, tento di prendermene cura per quanto possa, per quanto riesca, ma vederlo espandersi verso l’esterno con un essere che mi cresce dentro mi crea sentimenti contrastanti. Il mio odiato corpo deve fare un lavoro doppio e sta facendo del suo meglio e io lo ringrazio per questo ma non sono ancora del tutto in pace con la forma che sta assumendo, tutta protratta verso l’esterno. Io che ho vissuto con le spalle ricurve, piegata su me stessa per evitare di essere vita e con un desiderio infantile di attenzioni. Questo corpo con i suoi difetti, le sue brutture sta facendo del suo meglio e io devo tentare di amarlo il doppio.

La mia testa ha ringraziato l’ultimo giorno in cui ho dovuto assumere progesterone per contrastare aborti spontanei, mi stava devastando lentamente il già umore altalenante. La mia testa forse non ha realizzato del tutto ciò che sta accadendo. è un concetto enorme, avvolgente, un amore indefinibile puro ed eterno quello che si aspetta questa creatura da me. Mamma, madre, sostegno, forza, pazienza, ragione, rigore, sorrisi, vicinanza e lontananza.

Dovrò insegnarti a diventare un uomo. Darti le basi, le parole, insegnarti a lasciarmi, a stancarti di me, a temermi e poi a sfidarmi, a non avere paura di perdermi. E io ora ho una folle paura di perdere te. Tu che non hai ancora un nome perchè, se andasse male, non voglio dare un nome a quel dolore. Tu che per ora sei uno sfarfallio nel mio ventre.

Foto di Rafael Henrique da Pexels

Pezzettino

Questa l’ho scritta per te, senza pensarci troppo. Senza sapere se sei un lui o una lei, senza sapere se mi senti, anche se tu ti fai sentire nei tumulti delle nausee. Spero un giorno di potertela leggere.

Thank you for your love

Crei solchi dentro di me

Prendi spazio e io ti nutro con frutti acerbi

Cancellerai il prima

Mi darai nuove possibilità

La paura di errori di altri mi tormenta

Vorrei già abbracciarti

Vorrei già cullarti

Vorrei cantare per te e poi

Imparare nuove strofe

Suonare nuove corde su vecchi strumenti

Il corpo cambierà

Questo spazio non mio

Vilipeso e rinnegato si riempie di te

Ti proteggerò a tutte le distanze

Andrò a caccia di mostri

Inventeremo linguaggi

Ti terrò per mano

Creerò certezze che tu distruggerai

Ti darò regole che tu rinnegherai

Per trovare le tue

Avrai sempre la mia mano

E ti proteggerò a tutte le distanze

Cara solitudine

Ripeti con me: il tuo bisogno di cercare contatto umano soprattutto in questo periodo va bene. Il tuo bisogno di cercare le persone è legittimo.

Mi sento terribilmente sola, e perdere tempo su facebook non mi fa bene. Vedere le vite degli altri non mi fa bene. La città in agosto non saprei descriverla, sono in casa serrata e sta funzionando per la piccola creatura dentro di me ma per me no. Mi sento sola. Nessuna amica è venuta a trovarmi. Nessuna mi ha telefonato, qualche messaggio sporadico di risposta ai miei. Mi sento sola e per quanto il mio compagno faccia del suo meglio non riesce a compensare il mio bisogno di contatto umano. Mi dico che potrei usare questo tempo per suonare, per leggere, per scrivere, ma sono tutte attività solitarie e non riesco a farle. Mi sento sola e so che in un momento diverso io e il mio malmostoso umore saremmo andate a fare una passeggiata, avremmo visto qualche negozio, avrei stancato il corpo fino a non sentire più niente, fino a dimenticarmi della solitudine. Mi sarei nutrita della presenza degli altri, osservandoli a distanza da un bar, ne avrei immaginato le vite. Sto soffrendo chiusa serrata ma lo faccio per qualcosa di più grande. Vorrei sfruttare meglio questo tempo invece di sentirmi fastidiosa perchè sono la prima a cercare gli altri, invece di sentirmi sola perchè nessuno mi chiede nulla. No, devo essere onesta, mia suocera mi chiede come sto e mia madre mi chiama per chiedermi come sto e poi sfogare la sua solitudine su di me.

Ho avuto un imprinting in cui i miei bisogni non venivano soddisfatti. Mio padre sa che sono incinta ma non mi chiede nulla. Mai. Non posso di certo meravigliarmi ora di una rapporto sterile. Le mie amiche sono al mare o hanno le loro vite. E tu hai la tua e mi hai detto qualche giorno fa: “quello che consideri indifferenza è tempo è vita” e “per indole non consideri la vita degli altri”, io stronza che li cerco per prima.

Ho bisogno di contatto umano, ho bisogno di parlare, di qualcuno che ascolti senza che debba pagarlo, senza che debba supplicarlo.

Credevo di aver costruito dei rapporti buoni. Forse io non ho una vita piena e do noia agli altri. Che mi posso aspettare dalle persone?! Dov’è la mia vita?! possibile che io non riesca a fare nulla?!

Lo psicologo crede che dovrei legittimare il mio bisogno di contatto umano, che negarlo ora sarebbe dare ragione a quell’imprinting doloroso. Secondo lui dovrei espormi esprimendo il mio bisogno. Ma non l’ho già fatto abbastanza?! Non mi sono esposta abbastanza con i “come stai?, come va?, tutto bene? spero che ti vada tutto bene. Mi fa piacere per te, come stanno i tuoi? la tua famiglia? “

Quanto interesse ho espresso per gli altri, ricordandomi di chi ha il padre in ospedale che poi esce, il padre con dei problemi, la madre che deve prendere farmaci, il gatto che sta male, la moglie, la sorella, il figlio, il lavoro, le promozioni, i contratti, ho gioito per loro. Mi sono ricordata dei loro affetti, delle loro vite. Ho chiesto loro di poter parlare, di poter comunicare, “ti chiamo ti va? ci sentiamo, ci sei?”

Mi sono interrogata fino al mal di testa pensando forse sono io, non so comunicare, non so aspettare, non so esprimere, non so rispettare gli altri. Loro hanno una vita è normale che non ti cerchino che non ti rispondano che non ci siano. La tua vita è in stand-by da mesi e mesi e mesi. Stai cercando di trovare al quadra a un problema riformulando la tesi in continuazione, mettendo in discussione le ipotesi. Eppure vai avanti malmostosa, annoiata, ti imponi scelte, ti imponi di studiare, ti imponi di lasciar andare vecchie vite, provi a venire a capo di ciò che non torna, ti imponi entusiasmo, sfidi la timidezza e provi a metterti in contatto con gli altri ma non cambia nulla.

Sono io il problema?! E cazzo se sono io allora perchè non tagliare tutto?! perchè per una volta non accogliere fiera la solitudine, farne un vanto silenzioso, goderne perfino. Perchè non mi faccio avvolgere dalla mia solitudine e non taglio con tutte le fonti di frustrazione?! che senso ha continuare?! ostinarsi, tentare, provare. Credevi fossero rapporti bilaterali invece sono univoci. Credevi che nel momento del tuo bisogno ti avrebbero cercata invece no, va bene, accettalo e passa oltre. Le persone hanno le loro vite accettalo e passa oltre, magari in futuro ne troverai altre o forse qualcuna di queste tornerà sui propri passi e si ricorderà di te. Accettalo e passa oltre. Non basare la tua vita sull’altro. Accetta il tuo bisogno di contatto e accetta che in questo momento non può essere soddisfatto. Accetta che ci hai provato, ti sei impegnata ma non governi la vita degli altri e le cose succedono. Non basare la tua vita sull’altro.

Nella vita si hanno uno o due amici, tuti gli altri sono conoscenti con cui si possono anche avere bellissime esperienze. Alcune cose vanno avanti, altre finiscono, altre si evolvono.

Sei ancora lì?

Foto di Kat Jayne da Pexels

Come un cane rabbioso legato per il collo mi accingo a scrivere qualcosa che non vorrei. così caro lettore passa oltre a questa rabbia, passa oltre a questo sfogo personale, pieno di un dolore nuovo e antico; e per chi legge perdonami ma ho tutto dentro e non so come gestirlo, concedimi sentimenti cattivi, concedimi il rancore e la tristezza.

Sono incinta secondo un’ecografia, di sette settimane, un tempo piccolo rispetto alla mia intera vita, cosa ho fatto in questo mese e mezzo?! è arrivato all’improvviso e non lo stavamo cercando ma superato lo sgomento iniziale, ho iniziato a fantasticare su di lui, su di lei. “Secondo me è una femmina”, mi dice qualcuno. “Sei già grassa, non devi ingrassare troppo, non fa bene a entrambi!!” mi dice qualcun altro. E io incasso e rigo dritto, niente sforzi, non ingrassare i primi mesi, non agitarsi, riposa, stai tranquilla, non pensare, non ti agitare, scaccia gli odori che senti ovunque, così la città ti rimanda il tanfo di piscio che sai distingue tra urina animale e umana, il lezzo di spazzatura e poi il cibo del cane, lo schifo ti prende allo stomaco, ti sembra di puzzare continuamente, senti tutti gli odori, non sai se quello che mangerai ti piacerà o ti darà il disgusto, leggi cosa puoi mangiare e cosa no, lavi bene tutto. Non ti stancare. Non ingrassare. “Sei felice?! Sì credo”. Non lo sai il sistema conta più settimane ma per te sono giorni. L’hai scoperto guardandoti emozionata nello specchio di un bagno di una biblioteca. Non potevi aspettare e sei scappata a casa con altri due test che la statistica è importante. Poi è arrivato il sonno, una stanchezza incontenibile e l’ansia. Sarà sano? Che test dovrei fare?

Arriva l’ecografia, non dormo perché sono curiosa e ho paura che non stai bene, se mi si attenuano i sintomi ho paura che non ci sei più. Leggo storie terrificanti, chi l’ha perso al quarto mese, chi non sentiva il cuore, chi non si è accorto di nulla. Stai tranquilla. Non ti agitare. Non ingrassare.

Sei piccolo. Mezzo centimetro. Una massa di cellule che pulsano, si sente il cuore, avevo letto che nelle donne in sovrappeso può accadere che non si senta. Mi emoziono. Sei vivo, sei dentro di me. Poi la cattiva notizia. Ho avuto delle contrazioni, ho un distacco, potrei perderti. Così all’improvviso come sei arrivato potresti andare via.

“Non è la gravidanza, è il suo corpo!” la frase peggiore da sentire per una persona che ha sofferto di disturbi alimentari e depressione ma è la verità, il mio corpo mi tradisce. Lo studio del medico mi sembra una gabbia e vorrei scappare con il mio corpo, con te, con solo le cose buone, ma non posso. La mascherina non mi fa respirare, arrivano altre pazienti, distolgo lo sguardo, sono magre sono giovani sono bei corpi.

Piango tanto, a lungo, mi sento schiacciare e il mostro che vive con me, che mi giudica non aspettava altro. “Non sei stata buona a trovare un lavoro, non sei buona a figliare” e queste frasi crudeli le rivolgi solo a te stessa, non ti sogneresti mai di incolpare una donna che rischia un aborto, anzi le staresti accanto come puoi. Non ti sogneresti mai di incolpare qualcuno per il lavoro, mai. Sei crudele così solo con te stessa. E più ti stanno vicino e più diventi cattiva.

“Stai tranquilla… non ti agitare.. non ti colpevolizzare se succede.. riposa.. non ingrassare… non ci pensare…pensa a te, il resto non conta…ci siamo passate tutte…la natura farà il suo corso…”

Queste frasi sono pugnalate. Invece di rincuorarti la tua testa folle le vive come forme misere di pietà e tu non vuoi la commiserazione di nessuno, senti che non avresti dovuto dirlo a nessuno così non dovrai giustificare, non dovrai dire nulla se succedesse. Sarebbe stato il tuo piccolo segreto, la tua vergogna. Ma volevi dirlo, qualcosa dentro di te aveva bisogno di dirlo, avevi bisogno del sostegno degli altri e pure della loro gioia mentre tu eri ancora spaventata. Leggi, ti informi, il 30% sembra. Non se ne parla, le donne se ne vergognano, una colpa e si sentono sole. Una sconfinata solitudine.

Aspetti… aspetti… e ad ogni piccolo crampo al basso ventre pensi: “Sei ancora lì?”

Non ti muovere, non uscire, riposati, stai ferma, non camminare per più di 30′, non fare sforzi, non ingrassare, non prendere il sole, non andare al mare, resta a casa. Resisti. Aspetta.

Sei ancora lì? Per favore non lasciarmi.

Succede…

Mia madre mi ha insegnato l’arte del vittimismo e della ricerca spasmodica del soddisfacimento dei bisogni propri a discapito del bene altrui. Ho cercato da giovane di soddisfare i suoi non riuscendoci. Impossibile soddisfare i suoi bisogni di bambina non amata e li ha trasmessi a me. Sto imparando a fatica da anni, attraverso un percorso difficile di autocoscienza e responsabilizzazione per evitare di fare vittimismi. Così ogni volta che ci sentiamo io so dove andrà a parare, pronta a farsi commiserare sempre. Io a lei i poverina non li concedo e la spiazzo con frasi che se avesse un minimo di empatia dovrebbe capire che sono un filo disturbata. “Devi pensare solo a te… nessuno ci pensa… non interessa a nessuno se non a te”.

Un giorno se avrò mai figli vorrei che pensassero che io per loro ci sarò sempre nei limiti delle possibilità che sapranno e vorranno darmi. Nei limiti del sopraggiungere dell’età.

Mia madre mi ha insegnato l’arte del “te la fai passare”. E quando si è adulti è un processo che si deve spesso mettere in atto in automatico ma da infante crea un marasma di vuoti e fame. Tantissima fame che nessuno mai soddisferà.

Incappo in facile errori, mi aspetto o troppo o assolutamente nulla e così ho una comunicazione inefficace con gli essere umani. Mi aspetto che se chiedo mi verrà chiesto a sua volta, mi aspetto di essere cercata, voluta, amata, capita, ma le situazioni non permettono sempre di essere drastici. E con gli essere umani ci vuole pazienza e non sempre le conclusioni a cui si arriva sono quelle giuste, ma tutti i vecchi retaggi vengono fuori in certe occasioni.

“O sei tu che dai così per scontato che il mondo ti prenda in giro che lo applichi a tutti?”

“Tu deflagri dopo un minuto. Non dai nemmeno lo spazio fisico a uno di chiederti le cose. Quando sei così, ogni scostamento da quello che pensi debba accadere, anche minimo, esplodi. E sai bene che non ho nessuna intenzione di concedertelo”

Queste frasi a persone come me che sperano di riuscire a essere normali o provano a esserlo, che combattono l’impazienza infantile della soddisfazione del bisogno di cure ascrivibile in un “come va? che è successo?”, queste frasi fanno proprio male.

Un bel respiro profondo e si continua, si chiede eventualmente scusa, ma si continua.

Pensieri sparsi

Foto di Dương Nhân da Pexels

Cambia che siano 3 o 5 o 12 ? è tutto tempo irrisorio… mesi, giorni, ore, minuti e secondi passati a desiderare qualcosa che non si può avere e nel desiderio ogni frazione è solo un sospiro di attesa in più. Con cosa compenserò questo tempo passato ad attendere che le “giuste” condizioni si creino?! Cosa sublimerà l’attesa?!

Non sono secondi minuti ore giorni e mesi a tenerti distante ma la realtà dell’improbabile.

E quando finalmente ti vedrò sarà come abbiamo immaginato o il desiderio avrà divorato le aspettative?!

Perdonami ma oggi non vedo niente, non posso sentire niente ed è strano cercarti e leggere parole passate, tue. Che pensasti allora mentre scrivevi di quell’amore?! concederesti a me un po’ di quella dolcezza?!

E allora non è vero che non sai dirlo, che non vuoi dirlo, che non lo fai con nessuno. Concedi ai tuoi personaggi più di quanto concedi a te stesso. Io non vedrò mai quella parte di te ma ti vedo bello così delicato e fragile. Se solo potessi toccarti ma non è tempo, le condizioni… così posso solo immaginare la fortuna di chi può e non so se invidiare perchè in fondo io non ti conosco.

Lettera al corpo

La pagina L’ ha scritto una femmina, che io vi consiglio di seguire se già non lo fate, per le letture e gli spunti di riflessione sempre molto interessanti, ha dato la possibilità di scrivere una lettera al proprio corpo. Io però arrivo spesso tardi quindi queste mie righe quasi sicuramente non potranno essere lette, ma le lascio qui in questo spazio privato e pubblico allo stesso tempo come atto d’amore e richiesta di consapevolezza a me stessa.

Ti ho odiato, sbagliato da sempre. Da rifare secondo alcuni, da nascondere. Poco femminile, eccessivo. Formoso ma di forme inopportune. Non minuto, da stringere e coccolare, ma grande visibile con fianchi da fattrice e spalle larghe che neppure infossandosi ci si nasconde bene; ma gli abbracci quelli li hai sempre saputi dare. Mi hai portata nel mondo e non ho saputo nascondere i rossori e la carne sotto abiti ampi. Abbiamo attraversato graffi, schiaffi e desideri di lame. Sei la mia armatura sgangherata, ma sai essere forte e resistente. Hai sopportato gli insulti, hai sopportato le crisi e siamo ancora noi due insieme. Non ti ho fatto godere abbastanza, non ti ho esaltato e curato come ti meritavi. Non ti ho spinto al limite e ti ho sottovalutato, ma sei la mia armatura sgangherata e ti ringrazio e mi perdono.

Foto di nappy da Pexels