Succede…

Mia madre mi ha insegnato l’arte del vittimismo e della ricerca spasmodica del soddisfacimento dei bisogni propri a discapito del bene altrui. Ho cercato da giovane di soddisfare i suoi non riuscendoci. Impossibile soddisfare i suoi bisogni di bambina non amata e li ha trasmessi a me. Sto imparando a fatica da anni, attraverso un percorso difficile di autocoscienza e responsabilizzazione per evitare di fare vittimismi. Così ogni volta che ci sentiamo io so dove andrà a parare, pronta a farsi commiserare sempre. Io a lei i poverina non li concedo e la spiazzo con frasi che se avesse un minimo di empatia dovrebbe capire che sono un filo disturbata. “Devi pensare solo a te… nessuno ci pensa… non interessa a nessuno se non a te”.

Un giorno se avrò mai figli vorrei che pensassero che io per loro ci sarò sempre nei limiti delle possibilità che sapranno e vorranno darmi. Nei limiti del sopraggiungere dell’età.

Mia madre mi ha insegnato l’arte del “te la fai passare”. E quando si è adulti è un processo che si deve spesso mettere in atto in automatico ma da infante crea un marasma di vuoti e fame. Tantissima fame che nessuno mai soddisferà.

Incappo in facile errori, mi aspetto o troppo o assolutamente nulla e così ho una comunicazione inefficace con gli essere umani. Mi aspetto che se chiedo mi verrà chiesto a sua volta, mi aspetto di essere cercata, voluta, amata, capita, ma le situazioni non permettono sempre di essere drastici. E con gli essere umani ci vuole pazienza e non sempre le conclusioni a cui si arriva sono quelle giuste, ma tutti i vecchi retaggi vengono fuori in certe occasioni.

“O sei tu che dai così per scontato che il mondo ti prenda in giro che lo applichi a tutti?”

“Tu deflagri dopo un minuto. Non dai nemmeno lo spazio fisico a uno di chiederti le cose. Quando sei così, ogni scostamento da quello che pensi debba accadere, anche minimo, esplodi. E sai bene che non ho nessuna intenzione di concedertelo”

Queste frasi a persone come me che sperano di riuscire a essere normali o provano a esserlo, che combattono l’impazienza infantile della soddisfazione del bisogno di cure ascrivibile in un “come va? che è successo?”, queste frasi fanno proprio male.

Un bel respiro profondo e si continua, si chiede eventualmente scusa, ma si continua.

Pensieri sparsi

Foto di Dương Nhân da Pexels

Cambia che siano 3 o 5 o 12 ? è tutto tempo irrisorio… mesi, giorni, ore, minuti e secondi passati a desiderare qualcosa che non si può avere e nel desiderio ogni frazione è solo un sospiro di attesa in più. Con cosa compenserò questo tempo passato ad attendere che le “giuste” condizioni si creino?! Cosa sublimerà l’attesa?!

Non sono secondi minuti ore giorni e mesi a tenerti distante ma la realtà dell’improbabile.

E quando finalmente ti vedrò sarà come abbiamo immaginato o il desiderio avrà divorato le aspettative?!

Perdonami ma oggi non vedo niente, non posso sentire niente ed è strano cercarti e leggere parole passate, tue. Che pensasti allora mentre scrivevi di quell’amore?! concederesti a me un po’ di quella dolcezza?!

E allora non è vero che non sai dirlo, che non vuoi dirlo, che non lo fai con nessuno. Concedi ai tuoi personaggi più di quanto concedi a te stesso. Io non vedrò mai quella parte di te ma ti vedo bello così delicato e fragile. Se solo potessi toccarti ma non è tempo, le condizioni… così posso solo immaginare la fortuna di chi può e non so se invidiare perchè in fondo io non ti conosco.

Lettera al corpo

La pagina L’ ha scritto una femmina, che io vi consiglio di seguire se già non lo fate, per le letture e gli spunti di riflessione sempre molto interessanti, ha dato la possibilità di scrivere una lettera al proprio corpo. Io però arrivo spesso tardi quindi queste mie righe quasi sicuramente non potranno essere lette, ma le lascio qui in questo spazio privato e pubblico allo stesso tempo come atto d’amore e richiesta di consapevolezza a me stessa.

Ti ho odiato, sbagliato da sempre. Da rifare secondo alcuni, da nascondere. Poco femminile, eccessivo. Formoso ma di forme inopportune. Non minuto, da stringere e coccolare, ma grande visibile con fianchi da fattrice e spalle larghe che neppure infossandosi ci si nasconde bene; ma gli abbracci quelli li hai sempre saputi dare. Mi hai portata nel mondo e non ho saputo nascondere i rossori e la carne sotto abiti ampi. Abbiamo attraversato graffi, schiaffi e desideri di lame. Sei la mia armatura sgangherata, ma sai essere forte e resistente. Hai sopportato gli insulti, hai sopportato le crisi e siamo ancora noi due insieme. Non ti ho fatto godere abbastanza, non ti ho esaltato e curato come ti meritavi. Non ti ho spinto al limite e ti ho sottovalutato, ma sei la mia armatura sgangherata e ti ringrazio e mi perdono.

Foto di nappy da Pexels

Di terra e di mani

Foto di icon0.com da Pexels

Chiedimi come sto e poi andiamo in quel posto dove le ferite sono radici e i graffi rami protratti verso dipendenze passate. Annotiamo gli sguardi malinconici su scontrini di ieri e lasciamo che il tempo ci sfiori le mani. Poi toccami a distanze promiscue, innaffiamo il deserto e costruiamo una casa. E sarà rifugio per le mie solitudini e sarà eremo per le tue narrazioni. Alle pareti non ci sono passati, sui davanzali solo fiori eterni, useremo lenzuola di tutte le tinte e ci nasconderemo in abbracci reali. E quando la terra sarà viva e feconda infilerò le mani e scaverò in quel ventre affondando nel sangue. Più dentro, più dentro.

Primo maggio: riflessioni entropiche

Foto di Andre Moura da Pexels

Non riesco a formulare pensieri degni di nota e sono così stanca di lamentele, di frasi ad effetto, di gattini, di cagnolini, di piatti, di giudizi, di competenze prossime all’esaurimento, di malati inascoltati, di quelli che sanno, di quelli che hanno sempre saputo, di quelli che criticano senza proporre, di quelli che riflettono e sentono il bisogno di dirlo, di quelli che commentano, di quelli che leggono, di quelli che scrivono, di quelli con le nuove serie, di quelli con i film che hanno visto tutti, di quelli con le catene, di quelli con la cosa giusta da dire, di quelli con la foto perfetta, di quelli con la foto ammiccante, delle citazioni intelligenti, delle frasi a metà, di quelli in cerca di attenzione, di quelli che la pretendono, di quelli che pensano di poterne fare a meno.

In questi giorni faticosi sono stata molti di questi personaggi. Ho provato l’insopportabile e insopprimibile desiderio di essere come gli altri, parte di una comunità. È questo lo scopo primario dei social ma su di me hanno effetto contrario. Esaltano il mio essere fuori dal mondo, esaltano i miei tentativi maldestri di conformismo; così risulta tutto tirato e irrazionale perchè come in tutte le improvvisazioni preparate bisogna avere un proprio personaggio e io entro sempre troppo tardi nella pièce.

Certi giorni mi fa male, seduta sul mio sgabello in cucina, a osservare e alle volte spiare le vite degli altri. Non riesco a soddisfare alcun bisogno, anzi l’insoddisfazione che ne provo per una mancata partecipazione mi abbatte e mi fa perdere solo tempo alla ricerca delle parole giuste, ma se non si ha alcun ruolo il personaggio risulta falso, vuoto, privo di spessore, così è più facile ritirarsi e ammettere la sconfitta. Altri giorni come oggi riesco a stare bene a distanza, tenendo i social, il sociale, il condiviso, il condividere ai minimi termini. In tempi diversi proverei meno afflizione per queste dinamiche, in questi in cui la maggior parte della comunicazione passa da lì mi sento sempre più fuori dal mondo e non sempre è una cosa negativa. Per fortuna.

Odio il primo maggio da anni ormai. Vale il discorso fatto sopra, non ci sono spezzoni di scene a cui partecipare e purtroppo quest’anno il mio ruolo lo stanno dovendo subire troppi attori. E in troppi casi non conta neppure l’esperienza. Si creano solo le condizioni e il contesto lo scelgono altri e non si può sfuggire. In ogni buon improvvisazione si deve dire Sì, non si nega mai. Si accoglie, si controbatte e si ascolta in modo da capire quando entrare, quanto spazio lasciare. Ognuno reagisce a modo suo, io di mio sto perfino limitando le lamentele e non è un esercizio facile perché ci si crogiola bene nel proprio dolore, perchè diventa utile, caldo e familiare. L’unico affetto stabile. Sto disimparando perfino la parte della perfetta autocommiserazione, così oggi cambio sistema. Invece di lasciarmi cadere addosso una serie di potevo e se e chissà evito lo scontro e lascio che vinca ciò che i più audaci chiamano destino sempre che ne esista uno o che non sia tutto governato da leggi del caos/caso.

Da ingegnere e donna e essere umano credo nell’entropia, una grandezza che misura il caos dei sistemi, quello che si definisce “disordine” o se si vuole essere più tecnici “il grado di dispersione dell’energia”. In questo periodo più che mai mi sembra che stiamo assistendo a un aumento dell’entropia. In ogni processo spontaneo l’entropia totale di un sistema e del suo ambiente (universo) aumenta. Un processo spontaneo è un processo fisico o chimico che ha luogo senza interventi esterni:

  • Una pallina scende spontaneamente una discesa, ma non sale spontaneamente una salita
  • Il ferro arrugginisce spontaneamente, ma la ruggine non forma spontaneamente ossigeno e ferro
  • Un gas si espande fino a riempire il contenitore. Le molecole di un gas non si concentrano mai nell’angolo di un recipiente.
  • Gli esseri viventi invecchiano
  • Se un processo è spontaneo in una direzione, allora alle stesse condizioni, il processo opposto non è spontaneo
  • I processi spontanei sono sempre irreversibili

Facendo un’analogia forse per alcuni un po’ forzata potremmo definire la nostra stessa vita come un processo spontaneo. L’ entropia puo’ essere vista come una funzione che descrive il numero di arrangiamenti possibili (dell’energia e della materia) che sono disponibili. La natura procede spontaneamente verso gli stati che hanno maggior probabilità di esistenza. L’aumento di entropia rappresenta allora l’irreversibilità dei processi naturali e l’ asimmetria tra futuro e passato.

Non saremo più quelli di prima ma ci adatteremo a un nuovo “stato di equilibrio”.

Per te che dormi

Foto di Rafael Serafim da Pexels

Riceverai centinaia di messaggi di auguri, spero che tantissime persone possano pensarti e donarti un minuto della loro vita. Spero che tu possa sentirti grato e ricco di tutto l’affetto che riceverai. Ho iniziato il giorno del tuo compleanno ascoltando vecchie canzoni di quando ero ragazzina e in una stanza lontana avevo sogni che arrivavano fino oltre manica. Volevo fare la cantautrice. Questo ricordo in genere mi estranea e mi intristisce ma voglio invece regalati la sensazione di possibilità di quel tempo, quella dolce meraviglia di me ragazzina che spera. Allora avevi circa la mia età ora, poco meno. Forse ancora incerto sul futuro e con molte storie da scrivere. È strano pensare alla vita di due persone così lontane e poi così vicine.

La storia che mi hai raccontato oggi su quel dolce che preparava tua nonna per tuo padre e poi tua madre per te, mi ha svelato la tenerezza che non mostri mai. Una linea femminile che prepara dolci per le feste importanti, chissà cosa e quanto rappresentano quelle donne per te, quella cura senza ricetta senza dosi solo “a piacere” come l’amore. E pensarti emozionato con il marsala e le uova che lo prepari per te stesso mi ha commossa. Forse hai cercato gli stessi gesti, hai ripercorso sequenze di quando eri solo spettatore, forse hai rievocato ricordi e odori. E ora riposi con la tua madeleine pronta per domani.

Non sono stata la prima a farti gli auguri e riceverai auguri migliori e da persone a te più care. Conosco il mio ruolo e non ci sono mai vincitori in questi panni, ma concedimi di chiudere gli occhi e immaginarti finalmente inerme.

io ti auguro di avere ancora a lungo qualcuno che voglia stupirti con vecchie tradizioni

ti auguro magari un giorno, se vorrai, di insegnare a qualcuno a trasmettere la cura (e vorrei poter essere tra le possibilità se me lo concederai)

ti auguro di riuscire a trattenere il maggior numero di abbracci

ti auguro di ricevere baci e fare l’amore facendoti toccare fin dentro le vene

ti auguro di riuscire a vedere bellezza intorno a te anche in questi giorni faticosi

ti auguro di avere certezze incrollabili da provare ancora a mettere in discussione

ti auguro di non prenderti troppo sul serio

ti auguro di ridere e sorridere tanto, per cose serie e per cose sciocche

io ti auguro di riuscire a mantenere la pazienza e la fermezza che riservi a me

ti auguro la generosità dell’intuito per molte storie future

ti auguro carezze inopportune, parole audaci e pensieri volgari

ti auguro di sfogare le tue voglie e di cedere ogni tanto il controllo

sei bello quando mi concedi di farti vedere.

Stanotte i miei sogni i miei pensieri e i mei sospiri sono tuoi.

(perdona queste parole stralunate, non ho saputo fare meglio)

Frattale

Foto di Ralf Kunze da Pixabay

Ho bisogno di leggerezza.

Oggi ho scritto “Se sono fallimentare come essere umano come non potrei esserlo come altro”. Poi circa due ore dopo ho ricevuto un messaggio da mio fratello. “neoplasia medio grave”. Si è operato due settimane fa. Gli hanno tolto un tumore in stadio avanzato. Sapevamo che doveva fare altri controlli e questo è solo il risultato dell’esame istologico. Adesso dovrà rifare gli esami del sangue per i marcatori tumorali e una tac total body. Se dovesse avere “altro da ripulire” dovrà fare la chemioterapia o la radioterapia.

Ho letto il suo messaggio due ore dopo aver pensato a me, ai miei fallimenti, ai lavori che ho lasciato, a quello che dovrò trovare o inventarmi e lo so che vale per molti che sarà diverso per tutti ma in certi giorni non vale mal comune mezzo gaudio. Ero appena uscita dalla farmacia, l’autorizzazione in borsa, l’auto parcheggiata in uno di quei punti dove a ritmi “normali” in genere c’è la doppia fila. Ho letto il suo messaggio e mi sono sentita mancare, ero in auto e ho iniziato a piangere, lo so che non bisogna disperarsi che non si deve esagerare che l’ha tolto e non è detto che il resto sia contaminato ma mi ha distrutta. La mia fragile psiche non ha retto. Sono così stanca. Mi sento in quarantena da prima dell’inizio di questi arresti domiciliari e lo so che sono necessari e faccio tutto ciò che serve non esco, resisto, ma sono stremata da tutto ciò che c’era prima e che ora si aggiunge alla quarantena più questa cosa perchè non so come chiamarla di mio fratello. Certi giorni diventa tutto troppo.

Mio fratello ha sette anni più di me. Mi ha insegnato ad andare in bicicletta, da piccola mi faceva spaventare giocando a nascondino, prendeva il mio pupazzo preferito e lo “strozzava” e io bambina piangevo disperata. Mio fratello ha sempre invidiato il rapporto quasi simbiotico che si era creato tra me e mia sorella, poi ci siamo distaccati. Tutti quanti. Lo ricordo come un ragazzo fragile, inquieto, in perenne ricerca di conforto e risposte, ma chi di noi tre non lo è stato?! Ognuno ha cercato di sopravvivere come meglio ha potuto. Ce ne accorgemmo noi dei suoi tagli sui polsi. E poi dopo del DOC. Mio fratello è un uomo buono, debole, di quella debolezza che non è concessa a nessuno e soprattutto agli uomini. Mia madre, figlia di un padre padrone, l’ha massacrato da questo punto di vista e così lui è rimasto come bloccato per molto tempo alla ricerca di sé stesso. Ha seguito un percorso terapeutico per un po’, farmaci e sonno tanto sonno. Certi giorno dormiva fino a sera e la notte si teneva una bottiglia di vino vicino al letto per non pensare. Mio fratello ha un disturbo sessuale, è come se fosse rimasto indietro da quel punto di vista in un’età compresa tra la pubertà e l’adolescenza, ne è spaventato, ne prova ribrezzo e disgusto. Il corpo però chiede e le pulsioni se ne fottono di cosa la mente cerca e così ha sviluppato una forma di feticismo, innocuo ma diverso da ciò che si intende con il normale vivere la sessualità. E questa cosa del normale ci ha inseguiti per anni. Abbiamo cercato di essere normali senza riuscirci e allora del suo feticismo ne avevo paura, lo giudicavo, poi crescendo sono riuscita a riconoscerlo per quello che è. Un bisogno come un altro di contatto, sfogo. Il più normale e umano dei desideri. Anche io ho la mia piccola perversione, se così la si può chiamare, l’ho scoperta tardi durante la terapia, non così esplicita come un feticcio ma più subdola. Innocua per gli altri, devastante per me.

Credo che sotto quel profilo i miei genitori lo abbiano definitivamente massacrato. Lo so non si può dare tutta la colpa ai propri genitori e soprattutto quando si diventa adulti ci si deve anche fare pace con i propri demoni e il passato, la domanda è: e se non lo si diventa mai adulti?! E cosa ci dice che siamo davvero “grandi”?! L’avere un lavoro, pagare le bollette, compilare il 730, prendersi responsabilità maggiori forse?

Questa cosa di mio fratello mi sta massacrando lentamente, il nostro non è stato un gran rapporto, freddo per lo più e distante. Spesso mi sono ritrovata a pensare che noi cinque se non ci avessero messi insieme per legami di sangue avremmo frequentato altre persone, ma la famiglia non la scegli.

In questo periodo surreale e disgraziato dalla casa dove vive con mio padre, quella casa degli Usher terribile e così reale, mio fratello cerca me per trovare sostegno. Io che sono in terapia da quasi 4 anni a fasi alterne per distaccarmi dai legami di sangue per guardali con occhi neutri. Lui cerca quella che ritiene essere la persona più forte, o forse solo quella che non lo sovraccarica di inutile ansia.

Vorrei potergli stare accanto nel migliore dei modi. Vorrei davvero avere quella forza che vede lui, vorrei riuscire ad aiutarlo a gestire mio padre che da solo è un ostacolo enorme. Ogni giorno ci provo ma certi giorni si fatica perché arrivano le chiamate di mia madre che anche lei si appoggia a me e mi chiede di distrarla e io che da anni ormai sono abituata a tenere tutto dentro per evitare di avere punti deboli da attaccare non riesco soddisfarla come vorrebbe. Le appaio vuota, senza una forma precisa, inconsistente. Un frattale che possa modificarsi durante la conversazione. Le concedo solo ascolto e poi qualche risposta alle domande di economia per rassicurarla su fake news che ha sentito o letto, cerco di imprimerle un senso critico sano rispetto a ciò che legge, ma fatica così chiede a me e io ci provo usando le conoscenze che ho e tutto ciò che ho letto.

“È come se tu fossi la BCE e io l’Italia” e in questo periodo come sempre non potrebbe essere altrimenti.

Cucchiaio

immagine dal web

Sei fuggito, sarai stanco. L’unica volta che mi hai dato la buonanotte per primo è stato quando mi hai rimproverata, altrimenti scappi in silenzio. Crolli?! Forse. Solo che mi lasci nuda in un letto nel mezzo delle mie fantasie, e allora mi chiedo se faccio bene a raccontartele se non dovrei invece commentare i tuoi post con “sì hai ragione io credo che… buono il ragù… eccellente questa disamina, io però penso che…” e lasciare perdere il resto. Ho la presunzione di credere che tu non voglia questo da me, non perché non mi stimi e spero che tu lo faccia, ma perché hai già altri che ti dicono le loro opinioni. Altri che ti ricordano che fuori è un brutto mondo e lo è sempre stato solo che adesso siamo chiusi in casa. E per chi ce l’ha è già tantissimo. Non so neppure se faccio bene a dirti della mia vita privata, dei miei genitori. Dei miei conflitti. Perché dovrebbe importare?!

Nella mia fantasia stanotte avrei voluto che quell’uomo facesse come in quel film con Al Pacino e Michelle Pfeiffer, in quella scena in cui lui paga una prostituta per fare una posizione a cucchiaio; per avere qualcuno che lo scaldi, solo contatto fisico e niente sesso. Solo un abbraccio avvolgente e tenero, qualcosa che riuscirebbe a sciogliere anche le carni più dure. Forse mi è venuto in mente perchè fuori è freddo e perchè c’è un silenzio surreale. Sembra quasi che la città si sia riconvertita ad altro e l’aria è così pulita, se non ci fosse la morte fuori verrebbe quasi da respirare a pieni polmoni e ascoltare il silenzio così stranamente rilassante e consolatorio, almeno per me.

Oggi mia madre mi ha ferita in un modo strano, lei riesce a smontare anche il più puro degli entusiasmi, riuscirebbe a farmi sentire un fallimento anche se vincessi il nobel per la letteratura e contemporaneamente trovassi una cura per il cancro. Lei è così, è sempre stata così e non cambia che fuori siano morte sette mila persone o che ci si possa ammalare, lei troverà sempre e comunque un modo per sentirsi la vittima tra le vittime e tutti gli altri i carnefici ma allo stesso tempo sarà sempre desiderosa di carne da spellare e io non posso fare nulla per cambiare le cose. Non posso dare a lei quell’amore che non le hanno dato e che poi ha negato. Posso solo aumentare le protezioni. “Alzare gli scudi” se fossimo in un film e poi scappare nell’iperspazio. Non che volessi che tu mi dicessi “scrivi se vuoi scrivere e fottitene”, quello lo devo fare io, lo so. In realtà non volevo proprio nulla, anzi volevo solo liberarmene come se lanciato nell’etere potesse ferire meno.

In questi giorni bisognerebbe essere più dolci, più empatici. Nella paura bisognerebbe avere qualcuno o qualcosa che ci abbraccia a cucchiaio, che ci avvolge e ci stringe, che soffoca tutte le ansie, o quanto meno la speranza di poterlo avere un giorno. E non c’è nulla di più gratificante che afferrare qualcuno da dietro e cingerlo col proprio corpo, con una promessa di protezione. Sono questi desideri che mi hanno portato a quelle piccole richieste senza limiti di tempo che spero soddisferai.

Sono già le tre passate tu dormi e sei lontano da me a distanze senza unità di misura e so bene che non ci si può toccare ma spero tanto che il tuo corpo sia avvolto in morbidi abbracci, spero che stanotte tu possa sentirti protetto e sereno.

Notte Scrittore

La giusta distanza

Oggi il dolore vale doppio, perchè in questa solitudine forzata io che sono fuori dal mondo da mesi non ci sto neppure troppo male. Io che sono inattiva posso finalmente sospendere il giudizio su me stessa e sentirmi “normale”, così che la mia vita si avvicini a quella surreale degli altri. Certi giorni mi manca uscire, fare una passeggiata, prendere un treno, vedere una mostra, andare al mare, partire e il viaggio. Certi giorni mi mancano le poche uscite che faccio con i pochi amici che ho. Sono un essere asociale per natura ma mi manca qualcosa sempre e da mesi sto cercando di combattere la mia dipendenza emotiva per accrescere una solitudine positiva. Non che non mi manchi la gente, ovvio che mi manca, anche il solo sfiorare le persone per caso mi manca, ma in questi giorni in cui assisto a uno scarico d’ansia e infelicità sui social io mi rendo conto di soffrire meno di loro, forse perchè più abituata o abituata da prima. Ciò che fa male e non mi fa resistere sono le manifestazioni d’affetto. Perchè finché le persone si lamentano della solitudine io le capisco ma quando gioiscono ad esempio per gli aperitivi che fanno via skype, mi sale un sospiro. In questi giorni si vede la vicinanza di chi vuole stare vicino. Io le cerco tutte le persone. Nessuno che mi scriva come stai. Si potrebbe dire che non gli lascio la possibilità di farlo, è possibile, ma la paura che si dimentichino di me è tanta. É solo paura e questo significa che di lavoro su me stessa ce n’è ancora un bel po’ da fare perchè se la mia parte razionale SA che sono giorni difficili, che “ci si dimentica” per gli impegni, perchè si hanno altre e giustissime priorità e non significa che si spazzino le persone dalla propria testa, la mia parte emotiva è infantile e primitiva. Si aggrappa come una bambina a misere attenzioni e sommerge di domande per evitare di farsele e rispondere. Certi giorni mi impongo un blocco da sola ed è durissima, cerco di limitarmi, poi sento dei morti, di chi vuole andare a correre, delle bare da Bergamo, dei contagiati che aumentano, del bisogno di medici (che se fossi stata medico o infermiere sarei andata, e questo lo so senza presunzione ma so anche che in questo momento non servono stolti pronti a lanciarsi ma persone preparate e pronte a sacrificarsi duramente). Certi giorni in cui nessuno e neppure la mia famiglia mi chiede come sto, ringrazio il mio cane, il mio compagno, l’avere una casa e disinstallo tutte le applicazioni social così da non dover leggere le tristezze, le felicità, le lamentele e le stronzate. La gente muore là fuori e non è il momento dei vittimismi.

Le persone provano a mantenere una parvenza di normalità con le proprie azioni perchè hanno giustamente paura del futuro, ed è una paura che conosco fin troppo bene, così adesso che ce l’hanno tutti io me la concedo a dosi inferiori del mio vivere normale; ma la mia normalità nelle ricorrenze mi devasta.

Oggi la festa del papà è un surrogato di normalità che io non ho mai avuto. Così con l’uomo con cui parlo solo via messaggio provo a riproporre la normalità degli altri. Noi però siamo stantii da anni, puzziamo di falso e così la normalità degli altri è la mia ansia, e mi sale una solitudine che non so controllare, che in tempi normali avrei rinchiuso dietro una passeggiata, una mostra, un giro per negozi solo per non vedere e affogare tra vestiti che non avrei comprato. Mi manca quel tipo di rapporto che vedo in quelle foto di contatti. E so che non sono tutti rapporti idilliaci ma me ne basta una perchè mi senta uno schifo. Sono così meschina o meglio la mia coda di paglia è così grande che mi basta vedere una sola persona serena con suo padre da sentirmi sola.

E il rapporto con mio padre è l’unico che non ho voluto affrontare in tre anni di terapia, ho sviscerato tutto su mia madre: l’ho incolpata, odiata, messa a distanza e poi di nuovo odiata, l’ho compatita e ancora oggi provo dolore ogni volta che vorace di vita altrui mi offende e si prende a morsi pezzi della mia. Il rapporto con mio padre sta in fondo, nell’angolo più buio, dove non posso andare, dove ci sono scene di quotidianità che ho rimosso per proteggermi, dove ci sono urla, parole cattive e oscene, ci sono mani sui polsi, fragilità, miserie emotive e tanta tantissima solitudine. Non c’è conforto e nessuno sguardo amorevole, non c’è la minima protezione, non c’è amore.

Se è vero che impariamo dai nostri primi rapporti con gli altri e quindi con i nostri genitori, spesso mi sono chiesta se sono capace di amare veramente qualcuno. Se non è solo una richiesta di uno abbraccio e di uno sguardo che non potrò mai avere. E se è vero che si ripropongono gli stessi modelli sto faticando enormemente per spezzare quei parametri e costruire nuove traiettorie ma la dipendenza emotiva, rimane. E la vedo nei rapporti che creo, dove a un certo punto ricreo lo stesso schema e un estremo bisogno di essere vista, accolta, capita viene fuori e divora tutto il buono che si stava creando. E le persone si sentono sommergere da tanto e scappano.

E me lo dicono tutti i terapisti e me lo ripeto in continuazione; posso solo ridimensionare nulla di più. É illogico e utopistico crede di poter diventare immune dall’essere bisognosi essendo l’uomo stesso un animale bisognoso.

Dediche notturne

Foto di Rafael Serafim da Pexels

Perdonami sarai pieno di cose da fare pieno di impegni pieno di scadenze da rispettare. Forse io vivo fuori dal mondo. Anche se ci provo non riesco ad essere polemica con te. Hai ragione sono il perfetto esemplare di questo mondo ansioso. Vorrei raccontarti così tante cose ma ultimamente si è insinuato in me un pensiero. Giuro che non ti avrei detto nulla oggi ma poi la spesa con tutta quella gente con le mascherine, il discorso di Conte. Ho desiderato solo sapere se stessi bene. Se i tuoi familiari stanno bene, perché con tutti i miei difetti oggi ho chiesto a tutte le persone a cui tengo come stanno. Non è ansia in questo caso ma solo sincero interesse, ascolto. Non mi importa se hai cancellato la mia poesia per te, se hai cancellato i messaggi teneri e quelli pieni di sincero e viscerale desiderio. Non mi importa neppure se non ti frega come sto. Se sei pieno di impegni e non hai tempo per me o se al contrario ti stai stancando. Non ha importanza. Voglio solo che tu stia bene. E come sempre scusa per i miei messaggi lunghissimi, forse io vivo fuori dal mondo e non posso capire tante cose. È un periodo strano difficile, avrei bisogno di te, di distrarmi con te, di sentire la tua voce, di dedicarti tenerezze, di invitarti nelle mie fantasie più profonde, di giocare con te, ma forse non è il tempo per queste cose. Forse è il tempo del silenzio e della distanza, ognuno a gestire le proprie paure, le proprie giornate, i propri limiti. Forse vivo fuori dal mondo, oggi ho guardato una tua foto, ho cercato di collegare tutto ciò che ti ho detto a quel volto. È una strana forma di mancanza quella che provo per te: io ti conosco ma non ti conosco, io tengo a te ma non posso tenere a te e comunque con limiti, io ti desidero ma non posso parlarti, sentire la tua voce, non posso eccedere neppure col desiderio. Ti lascio un po’ di spazio un po’ di tempo avrai le tue cose serie giuste e necessarie. Fatti sentire quando vorrai.