Pezzettino

Questa l’ho scritta per te, senza pensarci troppo. Senza sapere se sei un lui o una lei, senza sapere se mi senti, anche se tu ti fai sentire nei tumulti delle nausee. Spero un giorno di potertela leggere.

Thank you for your love

Crei solchi dentro di me

Prendi spazio e io ti nutro con frutti acerbi

Cancellerai il prima

Mi darai nuove possibilità

La paura di errori di altri mi tormenta

Vorrei già abbracciarti

Vorrei già cullarti

Vorrei cantare per te e poi

Imparare nuove strofe

Suonare nuove corde su vecchi strumenti

Il corpo cambierà

Questo spazio non mio

Vilipeso e rinnegato si riempie di te

Ti proteggerò a tutte le distanze

Andrò a caccia di mostri

Inventeremo linguaggi

Ti terrò per mano

Creerò certezze che tu distruggerai

Ti darò regole che tu rinnegherai

Per trovare le tue

Avrai sempre la mia mano

E ti proteggerò a tutte le distanze

Cara solitudine

Ripeti con me: il tuo bisogno di cercare contatto umano soprattutto in questo periodo va bene. Il tuo bisogno di cercare le persone è legittimo.

Mi sento terribilmente sola, e perdere tempo su facebook non mi fa bene. Vedere le vite degli altri non mi fa bene. La città in agosto non saprei descriverla, sono in casa serrata e sta funzionando per la piccola creatura dentro di me ma per me no. Mi sento sola. Nessuna amica è venuta a trovarmi. Nessuna mi ha telefonato, qualche messaggio sporadico di risposta ai miei. Mi sento sola e per quanto il mio compagno faccia del suo meglio non riesce a compensare il mio bisogno di contatto umano. Mi dico che potrei usare questo tempo per suonare, per leggere, per scrivere, ma sono tutte attività solitarie e non riesco a farle. Mi sento sola e so che in un momento diverso io e il mio malmostoso umore saremmo andate a fare una passeggiata, avremmo visto qualche negozio, avrei stancato il corpo fino a non sentire più niente, fino a dimenticarmi della solitudine. Mi sarei nutrita della presenza degli altri, osservandoli a distanza da un bar, ne avrei immaginato le vite. Sto soffrendo chiusa serrata ma lo faccio per qualcosa di più grande. Vorrei sfruttare meglio questo tempo invece di sentirmi fastidiosa perchè sono la prima a cercare gli altri, invece di sentirmi sola perchè nessuno mi chiede nulla. No, devo essere onesta, mia suocera mi chiede come sto e mia madre mi chiama per chiedermi come sto e poi sfogare la sua solitudine su di me.

Ho avuto un imprinting in cui i miei bisogni non venivano soddisfatti. Mio padre sa che sono incinta ma non mi chiede nulla. Mai. Non posso di certo meravigliarmi ora di una rapporto sterile. Le mie amiche sono al mare o hanno le loro vite. E tu hai la tua e mi hai detto qualche giorno fa: “quello che consideri indifferenza è tempo è vita” e “per indole non consideri la vita degli altri”, io stronza che li cerco per prima.

Ho bisogno di contatto umano, ho bisogno di parlare, di qualcuno che ascolti senza che debba pagarlo, senza che debba supplicarlo.

Credevo di aver costruito dei rapporti buoni. Forse io non ho una vita piena e do noia agli altri. Che mi posso aspettare dalle persone?! Dov’è la mia vita?! possibile che io non riesca a fare nulla?!

Lo psicologo crede che dovrei legittimare il mio bisogno di contatto umano, che negarlo ora sarebbe dare ragione a quell’imprinting doloroso. Secondo lui dovrei espormi esprimendo il mio bisogno. Ma non l’ho già fatto abbastanza?! Non mi sono esposta abbastanza con i “come stai?, come va?, tutto bene? spero che ti vada tutto bene. Mi fa piacere per te, come stanno i tuoi? la tua famiglia? “

Quanto interesse ho espresso per gli altri, ricordandomi di chi ha il padre in ospedale che poi esce, il padre con dei problemi, la madre che deve prendere farmaci, il gatto che sta male, la moglie, la sorella, il figlio, il lavoro, le promozioni, i contratti, ho gioito per loro. Mi sono ricordata dei loro affetti, delle loro vite. Ho chiesto loro di poter parlare, di poter comunicare, “ti chiamo ti va? ci sentiamo, ci sei?”

Mi sono interrogata fino al mal di testa pensando forse sono io, non so comunicare, non so aspettare, non so esprimere, non so rispettare gli altri. Loro hanno una vita è normale che non ti cerchino che non ti rispondano che non ci siano. La tua vita è in stand-by da mesi e mesi e mesi. Stai cercando di trovare al quadra a un problema riformulando la tesi in continuazione, mettendo in discussione le ipotesi. Eppure vai avanti malmostosa, annoiata, ti imponi scelte, ti imponi di studiare, ti imponi di lasciar andare vecchie vite, provi a venire a capo di ciò che non torna, ti imponi entusiasmo, sfidi la timidezza e provi a metterti in contatto con gli altri ma non cambia nulla.

Sono io il problema?! E cazzo se sono io allora perchè non tagliare tutto?! perchè per una volta non accogliere fiera la solitudine, farne un vanto silenzioso, goderne perfino. Perchè non mi faccio avvolgere dalla mia solitudine e non taglio con tutte le fonti di frustrazione?! che senso ha continuare?! ostinarsi, tentare, provare. Credevi fossero rapporti bilaterali invece sono univoci. Credevi che nel momento del tuo bisogno ti avrebbero cercata invece no, va bene, accettalo e passa oltre. Le persone hanno le loro vite accettalo e passa oltre, magari in futuro ne troverai altre o forse qualcuna di queste tornerà sui propri passi e si ricorderà di te. Accettalo e passa oltre. Non basare la tua vita sull’altro. Accetta il tuo bisogno di contatto e accetta che in questo momento non può essere soddisfatto. Accetta che ci hai provato, ti sei impegnata ma non governi la vita degli altri e le cose succedono. Non basare la tua vita sull’altro.

Nella vita si hanno uno o due amici, tuti gli altri sono conoscenti con cui si possono anche avere bellissime esperienze. Alcune cose vanno avanti, altre finiscono, altre si evolvono.

Sei ancora lì?

Foto di Kat Jayne da Pexels

Come un cane rabbioso legato per il collo mi accingo a scrivere qualcosa che non vorrei. così caro lettore passa oltre a questa rabbia, passa oltre a questo sfogo personale, pieno di un dolore nuovo e antico; e per chi legge perdonami ma ho tutto dentro e non so come gestirlo, concedimi sentimenti cattivi, concedimi il rancore e la tristezza.

Sono incinta secondo un’ecografia, di sette settimane, un tempo piccolo rispetto alla mia intera vita, cosa ho fatto in questo mese e mezzo?! è arrivato all’improvviso e non lo stavamo cercando ma superato lo sgomento iniziale, ho iniziato a fantasticare su di lui, su di lei. “Secondo me è una femmina”, mi dice qualcuno. “Sei già grassa, non devi ingrassare troppo, non fa bene a entrambi!!” mi dice qualcun altro. E io incasso e rigo dritto, niente sforzi, non ingrassare i primi mesi, non agitarsi, riposa, stai tranquilla, non pensare, non ti agitare, scaccia gli odori che senti ovunque, così la città ti rimanda il tanfo di piscio che sai distingue tra urina animale e umana, il lezzo di spazzatura e poi il cibo del cane, lo schifo ti prende allo stomaco, ti sembra di puzzare continuamente, senti tutti gli odori, non sai se quello che mangerai ti piacerà o ti darà il disgusto, leggi cosa puoi mangiare e cosa no, lavi bene tutto. Non ti stancare. Non ingrassare. “Sei felice?! Sì credo”. Non lo sai il sistema conta più settimane ma per te sono giorni. L’hai scoperto guardandoti emozionata nello specchio di un bagno di una biblioteca. Non potevi aspettare e sei scappata a casa con altri due test che la statistica è importante. Poi è arrivato il sonno, una stanchezza incontenibile e l’ansia. Sarà sano? Che test dovrei fare?

Arriva l’ecografia, non dormo perché sono curiosa e ho paura che non stai bene, se mi si attenuano i sintomi ho paura che non ci sei più. Leggo storie terrificanti, chi l’ha perso al quarto mese, chi non sentiva il cuore, chi non si è accorto di nulla. Stai tranquilla. Non ti agitare. Non ingrassare.

Sei piccolo. Mezzo centimetro. Una massa di cellule che pulsano, si sente il cuore, avevo letto che nelle donne in sovrappeso può accadere che non si senta. Mi emoziono. Sei vivo, sei dentro di me. Poi la cattiva notizia. Ho avuto delle contrazioni, ho un distacco, potrei perderti. Così all’improvviso come sei arrivato potresti andare via.

“Non è la gravidanza, è il suo corpo!” la frase peggiore da sentire per una persona che ha sofferto di disturbi alimentari e depressione ma è la verità, il mio corpo mi tradisce. Lo studio del medico mi sembra una gabbia e vorrei scappare con il mio corpo, con te, con solo le cose buone, ma non posso. La mascherina non mi fa respirare, arrivano altre pazienti, distolgo lo sguardo, sono magre sono giovani sono bei corpi.

Piango tanto, a lungo, mi sento schiacciare e il mostro che vive con me, che mi giudica non aspettava altro. “Non sei stata buona a trovare un lavoro, non sei buona a figliare” e queste frasi crudeli le rivolgi solo a te stessa, non ti sogneresti mai di incolpare una donna che rischia un aborto, anzi le staresti accanto come puoi. Non ti sogneresti mai di incolpare qualcuno per il lavoro, mai. Sei crudele così solo con te stessa. E più ti stanno vicino e più diventi cattiva.

“Stai tranquilla… non ti agitare.. non ti colpevolizzare se succede.. riposa.. non ingrassare… non ci pensare…pensa a te, il resto non conta…ci siamo passate tutte…la natura farà il suo corso…”

Queste frasi sono pugnalate. Invece di rincuorarti la tua testa folle le vive come forme misere di pietà e tu non vuoi la commiserazione di nessuno, senti che non avresti dovuto dirlo a nessuno così non dovrai giustificare, non dovrai dire nulla se succedesse. Sarebbe stato il tuo piccolo segreto, la tua vergogna. Ma volevi dirlo, qualcosa dentro di te aveva bisogno di dirlo, avevi bisogno del sostegno degli altri e pure della loro gioia mentre tu eri ancora spaventata. Leggi, ti informi, il 30% sembra. Non se ne parla, le donne se ne vergognano, una colpa e si sentono sole. Una sconfinata solitudine.

Aspetti… aspetti… e ad ogni piccolo crampo al basso ventre pensi: “Sei ancora lì?”

Non ti muovere, non uscire, riposati, stai ferma, non camminare per più di 30′, non fare sforzi, non ingrassare, non prendere il sole, non andare al mare, resta a casa. Resisti. Aspetta.

Sei ancora lì? Per favore non lasciarmi.

Succede…

Mia madre mi ha insegnato l’arte del vittimismo e della ricerca spasmodica del soddisfacimento dei bisogni propri a discapito del bene altrui. Ho cercato da giovane di soddisfare i suoi non riuscendoci. Impossibile soddisfare i suoi bisogni di bambina non amata e li ha trasmessi a me. Sto imparando a fatica da anni, attraverso un percorso difficile di autocoscienza e responsabilizzazione per evitare di fare vittimismi. Così ogni volta che ci sentiamo io so dove andrà a parare, pronta a farsi commiserare sempre. Io a lei i poverina non li concedo e la spiazzo con frasi che se avesse un minimo di empatia dovrebbe capire che sono un filo disturbata. “Devi pensare solo a te… nessuno ci pensa… non interessa a nessuno se non a te”.

Un giorno se avrò mai figli vorrei che pensassero che io per loro ci sarò sempre nei limiti delle possibilità che sapranno e vorranno darmi. Nei limiti del sopraggiungere dell’età.

Mia madre mi ha insegnato l’arte del “te la fai passare”. E quando si è adulti è un processo che si deve spesso mettere in atto in automatico ma da infante crea un marasma di vuoti e fame. Tantissima fame che nessuno mai soddisferà.

Incappo in facile errori, mi aspetto o troppo o assolutamente nulla e così ho una comunicazione inefficace con gli essere umani. Mi aspetto che se chiedo mi verrà chiesto a sua volta, mi aspetto di essere cercata, voluta, amata, capita, ma le situazioni non permettono sempre di essere drastici. E con gli essere umani ci vuole pazienza e non sempre le conclusioni a cui si arriva sono quelle giuste, ma tutti i vecchi retaggi vengono fuori in certe occasioni.

“O sei tu che dai così per scontato che il mondo ti prenda in giro che lo applichi a tutti?”

“Tu deflagri dopo un minuto. Non dai nemmeno lo spazio fisico a uno di chiederti le cose. Quando sei così, ogni scostamento da quello che pensi debba accadere, anche minimo, esplodi. E sai bene che non ho nessuna intenzione di concedertelo”

Queste frasi a persone come me che sperano di riuscire a essere normali o provano a esserlo, che combattono l’impazienza infantile della soddisfazione del bisogno di cure ascrivibile in un “come va? che è successo?”, queste frasi fanno proprio male.

Un bel respiro profondo e si continua, si chiede eventualmente scusa, ma si continua.

Pensieri sparsi

Foto di Dương Nhân da Pexels

Cambia che siano 3 o 5 o 12 ? è tutto tempo irrisorio… mesi, giorni, ore, minuti e secondi passati a desiderare qualcosa che non si può avere e nel desiderio ogni frazione è solo un sospiro di attesa in più. Con cosa compenserò questo tempo passato ad attendere che le “giuste” condizioni si creino?! Cosa sublimerà l’attesa?!

Non sono secondi minuti ore giorni e mesi a tenerti distante ma la realtà dell’improbabile.

E quando finalmente ti vedrò sarà come abbiamo immaginato o il desiderio avrà divorato le aspettative?!

Perdonami ma oggi non vedo niente, non posso sentire niente ed è strano cercarti e leggere parole passate, tue. Che pensasti allora mentre scrivevi di quell’amore?! concederesti a me un po’ di quella dolcezza?!

E allora non è vero che non sai dirlo, che non vuoi dirlo, che non lo fai con nessuno. Concedi ai tuoi personaggi più di quanto concedi a te stesso. Io non vedrò mai quella parte di te ma ti vedo bello così delicato e fragile. Se solo potessi toccarti ma non è tempo, le condizioni… così posso solo immaginare la fortuna di chi può e non so se invidiare perchè in fondo io non ti conosco.

Lettera al corpo

La pagina L’ ha scritto una femmina, che io vi consiglio di seguire se già non lo fate, per le letture e gli spunti di riflessione sempre molto interessanti, ha dato la possibilità di scrivere una lettera al proprio corpo. Io però arrivo spesso tardi quindi queste mie righe quasi sicuramente non potranno essere lette, ma le lascio qui in questo spazio privato e pubblico allo stesso tempo come atto d’amore e richiesta di consapevolezza a me stessa.

Ti ho odiato, sbagliato da sempre. Da rifare secondo alcuni, da nascondere. Poco femminile, eccessivo. Formoso ma di forme inopportune. Non minuto, da stringere e coccolare, ma grande visibile con fianchi da fattrice e spalle larghe che neppure infossandosi ci si nasconde bene; ma gli abbracci quelli li hai sempre saputi dare. Mi hai portata nel mondo e non ho saputo nascondere i rossori e la carne sotto abiti ampi. Abbiamo attraversato graffi, schiaffi e desideri di lame. Sei la mia armatura sgangherata, ma sai essere forte e resistente. Hai sopportato gli insulti, hai sopportato le crisi e siamo ancora noi due insieme. Non ti ho fatto godere abbastanza, non ti ho esaltato e curato come ti meritavi. Non ti ho spinto al limite e ti ho sottovalutato, ma sei la mia armatura sgangherata e ti ringrazio e mi perdono.

Foto di nappy da Pexels

Di terra e di mani

Foto di icon0.com da Pexels

Chiedimi come sto e poi andiamo in quel posto dove le ferite sono radici e i graffi rami protratti verso dipendenze passate. Annotiamo gli sguardi malinconici su scontrini di ieri e lasciamo che il tempo ci sfiori le mani. Poi toccami a distanze promiscue, innaffiamo il deserto e costruiamo una casa. E sarà rifugio per le mie solitudini e sarà eremo per le tue narrazioni. Alle pareti non ci sono passati, sui davanzali solo fiori eterni, useremo lenzuola di tutte le tinte e ci nasconderemo in abbracci reali. E quando la terra sarà viva e feconda infilerò le mani e scaverò in quel ventre affondando nel sangue. Più dentro, più dentro.

Primo maggio: riflessioni entropiche

Foto di Andre Moura da Pexels

Non riesco a formulare pensieri degni di nota e sono così stanca di lamentele, di frasi ad effetto, di gattini, di cagnolini, di piatti, di giudizi, di competenze prossime all’esaurimento, di malati inascoltati, di quelli che sanno, di quelli che hanno sempre saputo, di quelli che criticano senza proporre, di quelli che riflettono e sentono il bisogno di dirlo, di quelli che commentano, di quelli che leggono, di quelli che scrivono, di quelli con le nuove serie, di quelli con i film che hanno visto tutti, di quelli con le catene, di quelli con la cosa giusta da dire, di quelli con la foto perfetta, di quelli con la foto ammiccante, delle citazioni intelligenti, delle frasi a metà, di quelli in cerca di attenzione, di quelli che la pretendono, di quelli che pensano di poterne fare a meno.

In questi giorni faticosi sono stata molti di questi personaggi. Ho provato l’insopportabile e insopprimibile desiderio di essere come gli altri, parte di una comunità. È questo lo scopo primario dei social ma su di me hanno effetto contrario. Esaltano il mio essere fuori dal mondo, esaltano i miei tentativi maldestri di conformismo; così risulta tutto tirato e irrazionale perchè come in tutte le improvvisazioni preparate bisogna avere un proprio personaggio e io entro sempre troppo tardi nella pièce.

Certi giorni mi fa male, seduta sul mio sgabello in cucina, a osservare e alle volte spiare le vite degli altri. Non riesco a soddisfare alcun bisogno, anzi l’insoddisfazione che ne provo per una mancata partecipazione mi abbatte e mi fa perdere solo tempo alla ricerca delle parole giuste, ma se non si ha alcun ruolo il personaggio risulta falso, vuoto, privo di spessore, così è più facile ritirarsi e ammettere la sconfitta. Altri giorni come oggi riesco a stare bene a distanza, tenendo i social, il sociale, il condiviso, il condividere ai minimi termini. In tempi diversi proverei meno afflizione per queste dinamiche, in questi in cui la maggior parte della comunicazione passa da lì mi sento sempre più fuori dal mondo e non sempre è una cosa negativa. Per fortuna.

Odio il primo maggio da anni ormai. Vale il discorso fatto sopra, non ci sono spezzoni di scene a cui partecipare e purtroppo quest’anno il mio ruolo lo stanno dovendo subire troppi attori. E in troppi casi non conta neppure l’esperienza. Si creano solo le condizioni e il contesto lo scelgono altri e non si può sfuggire. In ogni buon improvvisazione si deve dire Sì, non si nega mai. Si accoglie, si controbatte e si ascolta in modo da capire quando entrare, quanto spazio lasciare. Ognuno reagisce a modo suo, io di mio sto perfino limitando le lamentele e non è un esercizio facile perché ci si crogiola bene nel proprio dolore, perchè diventa utile, caldo e familiare. L’unico affetto stabile. Sto disimparando perfino la parte della perfetta autocommiserazione, così oggi cambio sistema. Invece di lasciarmi cadere addosso una serie di potevo e se e chissà evito lo scontro e lascio che vinca ciò che i più audaci chiamano destino sempre che ne esista uno o che non sia tutto governato da leggi del caos/caso.

Da ingegnere e donna e essere umano credo nell’entropia, una grandezza che misura il caos dei sistemi, quello che si definisce “disordine” o se si vuole essere più tecnici “il grado di dispersione dell’energia”. In questo periodo più che mai mi sembra che stiamo assistendo a un aumento dell’entropia. In ogni processo spontaneo l’entropia totale di un sistema e del suo ambiente (universo) aumenta. Un processo spontaneo è un processo fisico o chimico che ha luogo senza interventi esterni:

  • Una pallina scende spontaneamente una discesa, ma non sale spontaneamente una salita
  • Il ferro arrugginisce spontaneamente, ma la ruggine non forma spontaneamente ossigeno e ferro
  • Un gas si espande fino a riempire il contenitore. Le molecole di un gas non si concentrano mai nell’angolo di un recipiente.
  • Gli esseri viventi invecchiano
  • Se un processo è spontaneo in una direzione, allora alle stesse condizioni, il processo opposto non è spontaneo
  • I processi spontanei sono sempre irreversibili

Facendo un’analogia forse per alcuni un po’ forzata potremmo definire la nostra stessa vita come un processo spontaneo. L’ entropia puo’ essere vista come una funzione che descrive il numero di arrangiamenti possibili (dell’energia e della materia) che sono disponibili. La natura procede spontaneamente verso gli stati che hanno maggior probabilità di esistenza. L’aumento di entropia rappresenta allora l’irreversibilità dei processi naturali e l’ asimmetria tra futuro e passato.

Non saremo più quelli di prima ma ci adatteremo a un nuovo “stato di equilibrio”.

Per te che dormi

Foto di Rafael Serafim da Pexels

Riceverai centinaia di messaggi di auguri, spero che tantissime persone possano pensarti e donarti un minuto della loro vita. Spero che tu possa sentirti grato e ricco di tutto l’affetto che riceverai. Ho iniziato il giorno del tuo compleanno ascoltando vecchie canzoni di quando ero ragazzina e in una stanza lontana avevo sogni che arrivavano fino oltre manica. Volevo fare la cantautrice. Questo ricordo in genere mi estranea e mi intristisce ma voglio invece regalati la sensazione di possibilità di quel tempo, quella dolce meraviglia di me ragazzina che spera. Allora avevi circa la mia età ora, poco meno. Forse ancora incerto sul futuro e con molte storie da scrivere. È strano pensare alla vita di due persone così lontane e poi così vicine.

La storia che mi hai raccontato oggi su quel dolce che preparava tua nonna per tuo padre e poi tua madre per te, mi ha svelato la tenerezza che non mostri mai. Una linea femminile che prepara dolci per le feste importanti, chissà cosa e quanto rappresentano quelle donne per te, quella cura senza ricetta senza dosi solo “a piacere” come l’amore. E pensarti emozionato con il marsala e le uova che lo prepari per te stesso mi ha commossa. Forse hai cercato gli stessi gesti, hai ripercorso sequenze di quando eri solo spettatore, forse hai rievocato ricordi e odori. E ora riposi con la tua madeleine pronta per domani.

Non sono stata la prima a farti gli auguri e riceverai auguri migliori e da persone a te più care. Conosco il mio ruolo e non ci sono mai vincitori in questi panni, ma concedimi di chiudere gli occhi e immaginarti finalmente inerme.

io ti auguro di avere ancora a lungo qualcuno che voglia stupirti con vecchie tradizioni

ti auguro magari un giorno, se vorrai, di insegnare a qualcuno a trasmettere la cura (e vorrei poter essere tra le possibilità se me lo concederai)

ti auguro di riuscire a trattenere il maggior numero di abbracci

ti auguro di ricevere baci e fare l’amore facendoti toccare fin dentro le vene

ti auguro di riuscire a vedere bellezza intorno a te anche in questi giorni faticosi

ti auguro di avere certezze incrollabili da provare ancora a mettere in discussione

ti auguro di non prenderti troppo sul serio

ti auguro di ridere e sorridere tanto, per cose serie e per cose sciocche

io ti auguro di riuscire a mantenere la pazienza e la fermezza che riservi a me

ti auguro la generosità dell’intuito per molte storie future

ti auguro carezze inopportune, parole audaci e pensieri volgari

ti auguro di sfogare le tue voglie e di cedere ogni tanto il controllo

sei bello quando mi concedi di farti vedere.

Stanotte i miei sogni i miei pensieri e i mei sospiri sono tuoi.

(perdona queste parole stralunate, non ho saputo fare meglio)

Frattale

Foto di Ralf Kunze da Pixabay

Ho bisogno di leggerezza.

Oggi ho scritto “Se sono fallimentare come essere umano come non potrei esserlo come altro”. Poi circa due ore dopo ho ricevuto un messaggio da mio fratello. “neoplasia medio grave”. Si è operato due settimane fa. Gli hanno tolto un tumore in stadio avanzato. Sapevamo che doveva fare altri controlli e questo è solo il risultato dell’esame istologico. Adesso dovrà rifare gli esami del sangue per i marcatori tumorali e una tac total body. Se dovesse avere “altro da ripulire” dovrà fare la chemioterapia o la radioterapia.

Ho letto il suo messaggio due ore dopo aver pensato a me, ai miei fallimenti, ai lavori che ho lasciato, a quello che dovrò trovare o inventarmi e lo so che vale per molti che sarà diverso per tutti ma in certi giorni non vale mal comune mezzo gaudio. Ero appena uscita dalla farmacia, l’autorizzazione in borsa, l’auto parcheggiata in uno di quei punti dove a ritmi “normali” in genere c’è la doppia fila. Ho letto il suo messaggio e mi sono sentita mancare, ero in auto e ho iniziato a piangere, lo so che non bisogna disperarsi che non si deve esagerare che l’ha tolto e non è detto che il resto sia contaminato ma mi ha distrutta. La mia fragile psiche non ha retto. Sono così stanca. Mi sento in quarantena da prima dell’inizio di questi arresti domiciliari e lo so che sono necessari e faccio tutto ciò che serve non esco, resisto, ma sono stremata da tutto ciò che c’era prima e che ora si aggiunge alla quarantena più questa cosa perchè non so come chiamarla di mio fratello. Certi giorni diventa tutto troppo.

Mio fratello ha sette anni più di me. Mi ha insegnato ad andare in bicicletta, da piccola mi faceva spaventare giocando a nascondino, prendeva il mio pupazzo preferito e lo “strozzava” e io bambina piangevo disperata. Mio fratello ha sempre invidiato il rapporto quasi simbiotico che si era creato tra me e mia sorella, poi ci siamo distaccati. Tutti quanti. Lo ricordo come un ragazzo fragile, inquieto, in perenne ricerca di conforto e risposte, ma chi di noi tre non lo è stato?! Ognuno ha cercato di sopravvivere come meglio ha potuto. Ce ne accorgemmo noi dei suoi tagli sui polsi. E poi dopo del DOC. Mio fratello è un uomo buono, debole, di quella debolezza che non è concessa a nessuno e soprattutto agli uomini. Mia madre, figlia di un padre padrone, l’ha massacrato da questo punto di vista e così lui è rimasto come bloccato per molto tempo alla ricerca di sé stesso. Ha seguito un percorso terapeutico per un po’, farmaci e sonno tanto sonno. Certi giorno dormiva fino a sera e la notte si teneva una bottiglia di vino vicino al letto per non pensare. Mio fratello ha un disturbo sessuale, è come se fosse rimasto indietro da quel punto di vista in un’età compresa tra la pubertà e l’adolescenza, ne è spaventato, ne prova ribrezzo e disgusto. Il corpo però chiede e le pulsioni se ne fottono di cosa la mente cerca e così ha sviluppato una forma di feticismo, innocuo ma diverso da ciò che si intende con il normale vivere la sessualità. E questa cosa del normale ci ha inseguiti per anni. Abbiamo cercato di essere normali senza riuscirci e allora del suo feticismo ne avevo paura, lo giudicavo, poi crescendo sono riuscita a riconoscerlo per quello che è. Un bisogno come un altro di contatto, sfogo. Il più normale e umano dei desideri. Anche io ho la mia piccola perversione, se così la si può chiamare, l’ho scoperta tardi durante la terapia, non così esplicita come un feticcio ma più subdola. Innocua per gli altri, devastante per me.

Credo che sotto quel profilo i miei genitori lo abbiano definitivamente massacrato. Lo so non si può dare tutta la colpa ai propri genitori e soprattutto quando si diventa adulti ci si deve anche fare pace con i propri demoni e il passato, la domanda è: e se non lo si diventa mai adulti?! E cosa ci dice che siamo davvero “grandi”?! L’avere un lavoro, pagare le bollette, compilare il 730, prendersi responsabilità maggiori forse?

Questa cosa di mio fratello mi sta massacrando lentamente, il nostro non è stato un gran rapporto, freddo per lo più e distante. Spesso mi sono ritrovata a pensare che noi cinque se non ci avessero messi insieme per legami di sangue avremmo frequentato altre persone, ma la famiglia non la scegli.

In questo periodo surreale e disgraziato dalla casa dove vive con mio padre, quella casa degli Usher terribile e così reale, mio fratello cerca me per trovare sostegno. Io che sono in terapia da quasi 4 anni a fasi alterne per distaccarmi dai legami di sangue per guardali con occhi neutri. Lui cerca quella che ritiene essere la persona più forte, o forse solo quella che non lo sovraccarica di inutile ansia.

Vorrei potergli stare accanto nel migliore dei modi. Vorrei davvero avere quella forza che vede lui, vorrei riuscire ad aiutarlo a gestire mio padre che da solo è un ostacolo enorme. Ogni giorno ci provo ma certi giorni si fatica perché arrivano le chiamate di mia madre che anche lei si appoggia a me e mi chiede di distrarla e io che da anni ormai sono abituata a tenere tutto dentro per evitare di avere punti deboli da attaccare non riesco soddisfarla come vorrebbe. Le appaio vuota, senza una forma precisa, inconsistente. Un frattale che possa modificarsi durante la conversazione. Le concedo solo ascolto e poi qualche risposta alle domande di economia per rassicurarla su fake news che ha sentito o letto, cerco di imprimerle un senso critico sano rispetto a ciò che legge, ma fatica così chiede a me e io ci provo usando le conoscenze che ho e tutto ciò che ho letto.

“È come se tu fossi la BCE e io l’Italia” e in questo periodo come sempre non potrebbe essere altrimenti.